Parole del giorno: il “Romanzo-che-possano-leggere-tutti”.

   Mi piace leggere e mi piace scrivere, ma non so esattamente riguardo a cosa… Direi solo che amo scrivere perché mi piacerebbe che quelle mie righe diventassero, che ne so, un romanzo, un best-seller, di quelli che trovi esposti in alto nelle enormi librerie moderne, sulla mensola dello scaffale dedicato alla classifica dei libri più letti e venduti. (Dicono che nella vita si debba puntare in alto, e quella mensola di quello scaffale si trova proprio in alto, o sbaglio?).

Ecco, sì. Vorrei proprio scrivere il “Romanzo-che-possano-leggere-tutti”: non perché frivolo, vuoto, superficiale, facile o spiccio, e nemmeno per il guadagno. Ma scriverlo solo perché lo potrebbe leggere chiunque, perché qualsiasi persona si ritroverebbe affascinata e rapita da quelle parole scelte e messe in ordine con attenzione. Insomma scrivere un gran romanzo: una storia intrigante, coinvolgente…quelle che, dopo aver letto poche pagine del libro che la custodisce,  vedi una mano avanzare fuori per prendere la tua, te la stringe e ti trascina con sé per accompagnarti in nuovo viaggio.

Alla fine sarebbe come suggerire alle persone altri punti di vista, altre riflessioni, altri luoghi, altri amici, altri nemici. Mettersi accanto al loro orecchio appena accarezzano la copertina del libro, e cominciare a dire sottovoce cose che possano emozionare e far pensare, oppure sussurrare cose che disegnino un leggero sorriso sul viso.

L’argomento del “Romanzo-che-possano-leggere-tutti” è però un tema abbastanza delicato. Siamo tutti diversi anche se comunque qualcosa in comune ce l’abbiamo per forza. Ma cosa? Le esperienze? I pensieri? Il sorriso? I sentimenti? Le lacrime?

Decidere di cosa parlare credo sia sempre impresa ardua: potrei mettermi a scrivere del nulla (è forse quello che sto facendo adesso…?), cominciando con una serie di pensieri complicati ed arzigogolati e frasi ad effetto, con conseguenti sopraccigli alzati dei lettori e perplessità nell’interpretazione di tali congetture. Si rischierebbe poi di sentire coloro che hanno avuto la pazienza di arrivare fino all’ultima pagina, (dicendo di aver capito a fondo il tema del libro), dire con fare intellettuale: “Tratta della solitudine nella quotidianità urbana delle persone nel lavoro artistico che conosce il bambino in fase pre-natale, quando la Terra diventa stretta e l’Uomo non si accontenta, perché in fondo sa che ha e sempre avranno ragione le pantere svizzere, le cui abitudini, si sa, risalgono ai tempi di Napoleone, perché alla fine è l’autore stesso che scrive che canta sempre allo stesso modo e che il satellite è tre metri sopra il cielo.” Ecco, coloro che riassumerebbero un libro con tali parole sarebbero davvero considerati dei matti, altro che intellettuali! Meglio però evitare di soffermarsi ulteriormente e proseguire.

L’impresa quindi sarebbe quella di scrivere il “Romanzo-che-possano-leggere-tutti”, e proprio perché parliamo di “tutti” (ma proprio “tutti”!), il compito comincia ad essere molto difficile. Forse uno che ce l’ha fatta c’è stato… Mi viene in mente un William Shakespeare (uno a caso!): si può dire che tutti conoscano le sue opere e le sue storie, ormai la romantica storia di Romeo e Giulietta la conoscono pure le strade di ogni angolo di mondo! Ecco, forse dovrei ispirarmi a lui allora. Punterò a scrivere come lui, a superarlo, in bravura e creatività! Si! Lo farò! Ne rimarranno tutti strabiliati, ammaliati, affascinati! Ah, che bello! Comincerò immediatamente!

Dunque, potrei cominciare con…

E parlare di…

Quando c’era…

Perché…

Cazzarola, è pur sempre William Shakespeare però. Sono spacciata.

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Parola del giorno: Specchio.

Guardarsi. Scrutarsi. Osservare la propria immagine riflessa su quella lucida superficie argentea. Avvicinarsi e scoprire quelle imperfezioni che solo noi, così vicini a quella strana finestra, possiamo vedere.

I bambini piccoli ci mettono un po’ di tempo a capire che la persona che si vede al di là di quella finestra non sono altro che loro, o meglio, il loro riflesso. Io da piccola pensavo che quella figura avesse vita propria, e che appena voltavo le spalle mi facesse le linguacce oppure si mettesse a saltellare canticchiando. Così, mi mettevo a farle gli agguati e dicevo: “Un, due, tre…stella!”. Ma niente. Quella figura era sempre troppo brava. Perdevo ogni volta.

Ci sono giorni in cui mi guardo riflessa, di sfuggita, perché non ho tempo e mille cose in testa che si aggrovigliano tra i miei pensieri. Altri in cui mi fermo, mi guardo, osservo il mio viso da vicino. Piccoli cambianti avvengono ogni giorno, ma vengono percepiti solo a distanza di anni.

Ma lo specchio non è solo una superficie che abbiamo ereditato da Narciso o un modo per far perdere tempo alle donne mentre si preparano per uscire truccate e abbellite. Lo specchio è qualcosa di più. Io conosco un altro tipo di specchio: il modo attraverso il quale riesco a guardarmi dentro. Questo è lo specchio.

Mi guardo, mi osservo, mi scruto, ascolto i miei pensieri e cerco di dar loro un ordine, srotolo la matassa che li compone, cerco un filo per poi riuscire a districarmi e sciogliere pian pianino quel gomitolo che ho in mente, lo libero dai nodi e da fili che non portano a nulla.

Ascoltarsi ed essere sinceri con sé stessi sono i modi da seguire per convivere col nostro io nel modo più sereno e limpido. Parlare con la nostra parte profonda ogni tanto, e lasciarla libera di suggerirci dove dobbiamo andare per raggiungere la serenità che fa per noi: è questo ciò fa lo specchio dentro di noi. Ci aiuta a guardarci dentro e a trovare la nostra direzione.

 

Splitscreen: A Love Story!

Questo video risale all’anno scorso, J.W. Griffiths ha vinto infatti la Nokia Shorts 2011 Competition con questo corto intitolato “Splitscreen: A Love Story!”.

La cosa interessante, a mio avviso, è che è stato interamente girato con un cellulare, e precisamente il Nokia N8.

Merita davvero di essere visto, sia perché non sembra affatto girato con un cellulare, seppur di ottima qualità, ma anche perché la storia in  sè  e le scene raccontano la vita moderna, in cui siamo sempre circondati da persone, ma spesso siamo comunque soli. E poi, vedere Parigi da una parte, New York dall’altra, per finire con Londra non è affatto male, direi! 😉

Buona visione!

The Joy Of Books.

Meraviglioso questo video girato con la tecnica dello stop motion! Visto che in questo blog si scrive di “parole”, direi che il video che allego è in tema.

Buona visione!

P.s.: l’ho sempre detto io che i libri sono vivi!

Parola del giorno: Tornare.

Mattina, uno dei primi giorni di gennaio.

Era così presto che il cielo era ancora indeciso se sarebbe spuntato il sole oppure se si sarebbe coperto con le nuvole e bagnato le strade con la pioggia. Era tutto così chiaro, ma il sole non si era ancora fatto vedere.

Era una di quelle mattine in cui tutti dormono e le serrande dei negozi sono ancora abbassate, e niente sembrava voler cambiare quella situazione di staticità.

C’erano poche persone che come me vagavano in giro per le strade vuote ed il colore del porfido rosa dei marciapiedi era tanto chiaro che sembrava nuovo, appena messo, come se nessuno ci avesse mai camminato sopra.

Non c’era nemmeno traffico: pochissime le auto che si vedevano per strada. Era tutto così addormentato, vuoto, a riposo. Mi sentivo in pace, rilassata, come se fossi sola al mondo, come se avessi la città ai piedi, esclusivamente a mia disposizione.

Le finestre delle case del centro erano chiuse. Le luminarie del Natale appena passato esitavano ad accendersi e da qualche bar che aveva aperto da pochi minuti, cominciava a provenire un delizioso aroma di caffè tostato.

Continuavo a camminare, volevo bere qualcosa di caldo e mangiare una brioche. Ero in giro già da un po’, ma non avevo ancora fatto colazione. Mi muovevo tenendo la testa bassa e guardavo per terra per evitare gli schiaffi del vento gelido. Il freddo era penetrante: camminavo velocemente per cercare di scaldarmi un po’, ma lui non me lo permetteva. Sentivo le mani intorpidite, e quando le guardai mi accorsi che la pelle era arrossata. Me le infilai in tasca. Continuavo a camminare. Ero concentrata solo a raggiungere quel bar, sapevo che sarebbe stato aperto quando mi sarei trovata lì davanti. D’un tratto mi fermai. Qualcosa mi diceva che dovevo fermare la mia veloce corsa alla colazione. Alzai lo sguardo da terra, ed i miei occhi cominciarono a mettere a fuoco ciò che avevo davanti. Voltai il viso lentamente verso destra e verso sinistra. Avevo capito dove mi trovavo, riconoscevo quel luogo.

Eccolo lì. Sulla sinistra c’era quel posto, “IL” posto. Ero passata lì milioni di volte quando ero piccola, e altrettante avevo fatto di quel luogo una sorta di nascondiglio tutto mio, passandoci intere giornate, seduta su quella vecchia poltrona a leggere. La serranda era chiusa e si vedeva che ormai era così da un po’ di tempo.

Non era una libreria normale, o meglio, non era di quelle moderne, piena zeppa di libri con la copertina in carta plastificata e il reparto bambini con libri per ebeti. Quello lì, la “Libreria Carfani”, era un posto magico.

In pieno stile liberty, entrando dalla porta a vetri opachi gialli, venivo ogni volta avvolta e circondata da un odore di chiuso e di antico: i libri che si trovavano lì avevano fatto compagnia a lettori di ogni epoca. Le copertine era quasi tutte in cuoio, e i titoli in oro oramai si leggevano a malapena. Le pareti del negozio erano nascoste dai mobili che ospitavano libri di ogni tipo, a mio avviso, ricordo, senza un ordine preciso. Ogni volta che entravo il Professore, (così chiamavano tutti il proprietario del negozio), mi salutava con un buffo sulla guancia, mi guardava sorridendo da sopra gli occhiali che gli calavano lentamente dal naso, e mi consegnava lui stesso il libro che aveva pensato fosse adatto a me.

Il negozio era arredato come un enorme soggiorno, e credo di aver sentito dire dal Professore che quello era stata la sala da the di una signora ricca di qualche epoca passata. Sotto ogni finestra del negozio c’era un mobile che ospitava dei cuscini ricamati a mano e c’erano divani di velluto verde e poltrone rosse dai piedi dorati. I tappeti avevano dei disegni che per me erano strani e riuscivano a coprire quasi tutto il parquet della sala.

Prendevo in mano il libro datomi dal Professore, accarezzavo la copertina in cuoio, ed aprivo alla prima pagina per leggerne il titolo. Poi lo sfogliavo delicatamente, ed infilavo il mio viso fra le pagine ingiallite per sentirne il profumo da cui venivo trasportata in epoche passate. Così, raggiungevo il mobile dei cuscini, prendevo quello color arancione scuro, mi mettevo sulla poltrona rossa vicino alla finestra ( la mia personale postazione di lettura all’interno della libreria), e cominciavo ad immergermi in quella storia.

Brontolio. Il mio stomaco mi ricordava la realtà. Avevo fame. I miei occhi continuavano ad indagare la vecchia libreria, ormai chiusa e abbandonata da anni, (almeno questo era quanto potevo notare dalla quantità di polvere che ricopriva le finestre e la quantità di foglie sdraiate sui tre scalini che precedevano la porta d’ingresso a vetri gialli).

Un sorriso mi segnava il viso. Com’era stato bello ricordare la mia infanzia trascorsa in quel luogo! Era bastato fermarmi lì davanti la porta della libreria Carfani per tuffarmi nella “me” bambina, ricordare tutte quelle cose, quei profumi, quelle letture e quell’atmosfera di antico e di tranquillità, che solo quel luogo mi aveva regalato. Tornare nella mia città, camminare e ritrovare un ricordo lì, a mia disposizione, che da troppo tempo avevo messo da parte nella mia memoria per fare spazio a cose da adulta. Era bastato passare di lì per donarmi la serenità che avevo ogni giorno quando entravo nella libreria, e che adesso, in questa gelida mattina di gennaio, mi stava abbracciando di nuovo, dopo tanto tempo.

Quella mattina mi ha aiutato a capire tante cose: guardare, osservare, scrutare, portare lo sguardo verso l’alto è la ricetta per tuffarsi nuovamente nei ricordi, per essere felice, per guardare le cose belle che dimentichiamo troppo spesso perché siamo presi da cose da grandi.

Tornare, guardarsi attorno e ricordare. Che cosa meravigliosa!

Parola del giorno: Rischiare.

Non ci pensiamo, ma la soluzione migliore a volte è proprio quella che abbiamo sotto ai nostri occhi. Buttiamoci, rischiamo, parliamo di più con le persone a cui teniamo. L’esporsi ha solo vantaggi: dona adrenalina ed energia, e può farti ascoltare le cose che volevi. Perché vivere tutta la vita incolpando se stessi per non aver tentato? Per non aver provato a vedere cosa sarebbe successo se le cose fossero andate come noi avremmo voluto, ma che solo per nostra paura non abbiamo saputo chiedere? Senza tutta questa insicurezza magari avremmo sentito le parole che tanto speravamo di sentire.

Lezioni di vita.

Parole del giorno: Primo giorno dell’anno.

Chissà quante persone tra ieri ed oggi hanno pensato all’anno appena terminato…Credo più o meno ognuno di noi. Anno da buttare oppure anno da rifare. Trecentosessantacinque giorni vissuti con o senza coscienza dei secondi che passavano, alcuni giorni vissuti a pieno, con emozioni e passione, altri giorni invece vissuti meno intensamente, lasciando che il tempo semplicemente passasse, che le lancette dell’orologio toccassero con delicata costanza tutti i minuti, giorni semplicemente scivolati via, quei giorni senza i quali sarebbe cambiato poco o nulla.  In ogni caso, è un sacco di tempo.

Il primo giorno dell’anno obbliga tutti noi a riflettere sul tempo trascorso, le cose belle, le cose brutte, le persone che abbiamo perso, quelle che abbiamo incontrato, coloro che ci hanno fatto stare male e coloro che ci hanno fatto stare bene. Pippe mentali su trecentosessantacinque giorni. Ogni giorno analizzato minuziosamente: “Bello o brutto?”: giorni che ci permettono magari di imparare dai nostri errori, di non ricadere in situazioni sgradevoli, giorni che ci aiutano perciò a migliorare e a crescere, comprenderci meglio e a dialogare con noi stessi. Il primo giorno dell’anno ci permette di ideare un piano e i cosiddetti “buoni propositi” ne sono la base. Quest’anno faccio più sport. Quest’anno mi metto a dieta. Quest’anno vado alle Hawaii.

Il primo giorno dell’anno è l’unica data in cui possiamo parlare ufficialmente di un “nuovo inizio” e ad ognuno di noi è permesso tentare di ricominciare. Il fatto è che io sinceramente non sono d’accordo riguardo al definire il primo gennaio come un nuovo inizio, o meglio, è un nuovo inizio nel senso che si tratta di un nuovo anno, di un nuovo calendario appeso sulla parete in cucina, ma non sono d’accordo quando si prende questo giorno come unico momento di riflessione su come è stata finora e  su come sarà la nostra esistenza da qui a trecentosessantacinque giorni. Perché riflettere solo un giorno all’anno? Io mi perdo a pensare circa ogni dodici ore credo. Scavo dentro me stessa ed amo passare del tempo tra i miei pensieri, vagando con la mente tra i ricordi, e capire cosa realmente voglio, cosa mi fa stare bene, e, eventualmente, cosa posso fare per trasformare la situazione spiacevole in cui mi trovo in un’occasione di riscatto con me stessa per crescere e migliorare. E’ pieno di nuovi inizi. Ogni giorno è l’occasione giusta per ricominciare daccapo, ogni giorno può essere quello che ci può far capire cosa davvero vogliamo, come affrontare le sfide che la vita ci pone davanti. Quindi io mi chiedo, perché lasciare il primato di giorno in cui noi tutti riflettiamo su noi stessi al primo gennaio, e non dare questa possibilità anche gli altri giorni dell’anno?

Perciò credo che il primo gennaio cominci un nuovo anno, ma ogni giorno può invece essere l’occasione per un nuovo inizio.