Parola del giorno: Tornare.

Mattina, uno dei primi giorni di gennaio.

Era così presto che il cielo era ancora indeciso se sarebbe spuntato il sole oppure se si sarebbe coperto con le nuvole e bagnato le strade con la pioggia. Era tutto così chiaro, ma il sole non si era ancora fatto vedere.

Era una di quelle mattine in cui tutti dormono e le serrande dei negozi sono ancora abbassate, e niente sembrava voler cambiare quella situazione di staticità.

C’erano poche persone che come me vagavano in giro per le strade vuote ed il colore del porfido rosa dei marciapiedi era tanto chiaro che sembrava nuovo, appena messo, come se nessuno ci avesse mai camminato sopra.

Non c’era nemmeno traffico: pochissime le auto che si vedevano per strada. Era tutto così addormentato, vuoto, a riposo. Mi sentivo in pace, rilassata, come se fossi sola al mondo, come se avessi la città ai piedi, esclusivamente a mia disposizione.

Le finestre delle case del centro erano chiuse. Le luminarie del Natale appena passato esitavano ad accendersi e da qualche bar che aveva aperto da pochi minuti, cominciava a provenire un delizioso aroma di caffè tostato.

Continuavo a camminare, volevo bere qualcosa di caldo e mangiare una brioche. Ero in giro già da un po’, ma non avevo ancora fatto colazione. Mi muovevo tenendo la testa bassa e guardavo per terra per evitare gli schiaffi del vento gelido. Il freddo era penetrante: camminavo velocemente per cercare di scaldarmi un po’, ma lui non me lo permetteva. Sentivo le mani intorpidite, e quando le guardai mi accorsi che la pelle era arrossata. Me le infilai in tasca. Continuavo a camminare. Ero concentrata solo a raggiungere quel bar, sapevo che sarebbe stato aperto quando mi sarei trovata lì davanti. D’un tratto mi fermai. Qualcosa mi diceva che dovevo fermare la mia veloce corsa alla colazione. Alzai lo sguardo da terra, ed i miei occhi cominciarono a mettere a fuoco ciò che avevo davanti. Voltai il viso lentamente verso destra e verso sinistra. Avevo capito dove mi trovavo, riconoscevo quel luogo.

Eccolo lì. Sulla sinistra c’era quel posto, “IL” posto. Ero passata lì milioni di volte quando ero piccola, e altrettante avevo fatto di quel luogo una sorta di nascondiglio tutto mio, passandoci intere giornate, seduta su quella vecchia poltrona a leggere. La serranda era chiusa e si vedeva che ormai era così da un po’ di tempo.

Non era una libreria normale, o meglio, non era di quelle moderne, piena zeppa di libri con la copertina in carta plastificata e il reparto bambini con libri per ebeti. Quello lì, la “Libreria Carfani”, era un posto magico.

In pieno stile liberty, entrando dalla porta a vetri opachi gialli, venivo ogni volta avvolta e circondata da un odore di chiuso e di antico: i libri che si trovavano lì avevano fatto compagnia a lettori di ogni epoca. Le copertine era quasi tutte in cuoio, e i titoli in oro oramai si leggevano a malapena. Le pareti del negozio erano nascoste dai mobili che ospitavano libri di ogni tipo, a mio avviso, ricordo, senza un ordine preciso. Ogni volta che entravo il Professore, (così chiamavano tutti il proprietario del negozio), mi salutava con un buffo sulla guancia, mi guardava sorridendo da sopra gli occhiali che gli calavano lentamente dal naso, e mi consegnava lui stesso il libro che aveva pensato fosse adatto a me.

Il negozio era arredato come un enorme soggiorno, e credo di aver sentito dire dal Professore che quello era stata la sala da the di una signora ricca di qualche epoca passata. Sotto ogni finestra del negozio c’era un mobile che ospitava dei cuscini ricamati a mano e c’erano divani di velluto verde e poltrone rosse dai piedi dorati. I tappeti avevano dei disegni che per me erano strani e riuscivano a coprire quasi tutto il parquet della sala.

Prendevo in mano il libro datomi dal Professore, accarezzavo la copertina in cuoio, ed aprivo alla prima pagina per leggerne il titolo. Poi lo sfogliavo delicatamente, ed infilavo il mio viso fra le pagine ingiallite per sentirne il profumo da cui venivo trasportata in epoche passate. Così, raggiungevo il mobile dei cuscini, prendevo quello color arancione scuro, mi mettevo sulla poltrona rossa vicino alla finestra ( la mia personale postazione di lettura all’interno della libreria), e cominciavo ad immergermi in quella storia.

Brontolio. Il mio stomaco mi ricordava la realtà. Avevo fame. I miei occhi continuavano ad indagare la vecchia libreria, ormai chiusa e abbandonata da anni, (almeno questo era quanto potevo notare dalla quantità di polvere che ricopriva le finestre e la quantità di foglie sdraiate sui tre scalini che precedevano la porta d’ingresso a vetri gialli).

Un sorriso mi segnava il viso. Com’era stato bello ricordare la mia infanzia trascorsa in quel luogo! Era bastato fermarmi lì davanti la porta della libreria Carfani per tuffarmi nella “me” bambina, ricordare tutte quelle cose, quei profumi, quelle letture e quell’atmosfera di antico e di tranquillità, che solo quel luogo mi aveva regalato. Tornare nella mia città, camminare e ritrovare un ricordo lì, a mia disposizione, che da troppo tempo avevo messo da parte nella mia memoria per fare spazio a cose da adulta. Era bastato passare di lì per donarmi la serenità che avevo ogni giorno quando entravo nella libreria, e che adesso, in questa gelida mattina di gennaio, mi stava abbracciando di nuovo, dopo tanto tempo.

Quella mattina mi ha aiutato a capire tante cose: guardare, osservare, scrutare, portare lo sguardo verso l’alto è la ricetta per tuffarsi nuovamente nei ricordi, per essere felice, per guardare le cose belle che dimentichiamo troppo spesso perché siamo presi da cose da grandi.

Tornare, guardarsi attorno e ricordare. Che cosa meravigliosa!

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