Parola del giorno: Parola.

Si deve fare molta attenzione quando si parla. Bisogna scegliere le parole con precisione, accostando le lettere in modo tale che producano tutte insieme quel suono che desideriamo e quel significato che vogliamo dar loro. E’ una scelta difficile: le parole sono tantissime, i suoni ancora di più. Solo alcuni determinati accostamenti di lettere ci procureranno il suono che realmente stavamo cercando per creare quella parola con quel significato.

Se uno non ci pensa, verranno in mente le prime parole disponibili. Perché accade ciò? Ho letto non-so-dove che tendiamo ad utilizzare ed esprimerci sempre con le stesse parole, è raro che in una giornata cambiamo registro, o che cominciamo ad usare sinonimi dei termini che accompagnano ogni nostro giorno…anche perché, come tutte le cose, subentra l’affetto. Non vi è mai capitato di affezionarvi ad una parola? A me sì, mi capita spesso, e mi affeziono per alcuni periodi ad alcune parole, poi mi innamoro di altre. Non sono molto fedele.

Anni fa cercavo di inserire in qualsiasi argomentazione la parola soave: soave bugiardo, soave pianto, soave matrimonio, e così via. Ero così affezionata a tale parola che a volte non mi rendevo conto che l’accostamento di “soave” con alcuni vocaboli evocava delle immagini impossibili, ma soprattutto, che non c’entravano assolutamente nulla tra loro e che non creavano nemmeno degli ossimori sensati (sempre che un ossimoro possa definirsi “sensato”…).

Poi c’è stato il periodo in cui mi sono sentita leggera: parlavo sempre di delicatezza. Era tutto così delicato ciò che era intorno a me, i colori erano color pastello, le persone camminavano leggere come in assenza di gravità, facendo dei lenti e lunghi salti per muoversi, ed i suoni erano tutti ovattati. Tutto era delicato.

C’è stato successivamente il periodo delle doppie: struggente, nocciolo, complesso, melodrammatico, sommità, passione, infreddolito. Parlavo ed enfatizzavo la vicinanza delle due lettere uguali. Ricordo ancora che, appena finito di dire qualcosa, il mio interlocutore, uno che conoscevo da poco, mi chiese: “Hai un passato da balbuziente? So che il fatto di soffermarsi un po’ di più sulle doppie è una di quelle cose che rimangono nelle persone che hanno sofferto di balbuzie, una di quelle cose di cui difficilmente se ne liberano.” In quel momento, imbarazzata, non me la sentii di dichiarare la mia infatuazione per le parole con le doppie, e così,  gli spiegai sorridendo il modo in cui il logopedista aveva risolto il mio problema nel pronunciare le parole. Lui sembrò interessato alla storia, io mi sentì davvero fiera di me stessa per avergli raccontato simili fandonie.

Per un periodo ho cercato di fare come Ernest Vincent Wright: il non-usare la “e” l’aveva già fatto lui, io volevo provare ad esprimermi senza usare la “a”.

“Buon giorno ti dico, come è il giorno tuo? Il mio più o meno bene, le prime ore in cui ero sveglio le ho riempite con un momento di toilette liquido e dopo ho usufruito di un po’ di cibo nel luogo in cui c’è freddo e fuoco: the, biscotti e miele. Ossequi.”

Tutto questo per dire in un sms: “Buongiorno, ciao, come stai? Com’è cominciata la tua giornata? La mia abbastanza bene, subito dopo essermi svegliata ho fatto una bella doccia e ho fatto colazione in cucina con the, biscotti e miele.”

Inutile dire che con la mia decisione di omettere la “a” e tutte le parole che la accoglievano, ho dovuto pure cambiare alimentazione. Provate a dire voi di aver mangiato una pizza, oppure la pasta, senza usare la “a”!

La mia impresa comunque durò poco, la nostalgia di quella vocale breve e ariosa prese il sopravvento, e ritrovai il piacere di separare le labbra e pronunciare la “a”, facendola ballare assieme alle altre lettere.

Non è facile scegliere le parole adatte. Quando siamo arrabbiati poi, è il momento peggiore. Le parole scappano dalla nostra bocca come prigionieri in fuga, prigionieri spesso molto cattivi. Le parole possono infatti essere coltelli, lame affilate che si fanno spazio e si allargano nell’aria, entrano nelle orecchie e raggiungono cuore e mente lasciando profondi tagli. Parole di per sé semplici, non ricercate, ma con conseguenze drammatiche. E le lacrime che a volte poi, scivolano sulle guance. (Se ripetete lentamente lacrime, riuscirete a percepire con quale lentezza e solennità si appoggino timide sul viso, e lo bagnino di fresca tristezza, o serenità).

Ci sono altre parole invece, quelle che escono quando meno te l’aspetti, quando vorresti rimanere in silenzio ma la tua bocca si apre e comincia a produrre suoni sensati: sono quelli che escono improvvisamente, di getto, per dire qualcosa di bello. Un complimento, qualcosa che faccia ridere, un apprezzamento sul paesaggio fuori dalla finestra. Parole che scivolano sul corpo come farebbe una piuma. Leggére, delicate e dolci, scivolano via, volano nell’aria, ma possono essere così potenti da rimanere indelebili nel cuore, per sempre.

Annunci