Parola del giorno: Gallina.

Qualche giorno fa, dopo pranzo, stavo guardando la tv. Ero ormai al caffè, quindi in completa fase “abbiocco imminente”. Guardavo le immagini ma non facevo caso ai suoni. Era un’intervista di un qualche programma inutile, uno di quelli dove si parla solo di gossip, dove vengono invitati i tronisti di turno, o gente appena uscita da una Casa-Piena-Di-Telecamere. Insomma, un programma sicuramente dedicato a premi Nobel. (E’ vero, lo stavo guardando anche io, o meglio, la tv era su quel canale lì. Ma io in realtà stavo solo bevendo il mio caffè e parlando con una mia amica, e la tv era solo un soprammobile).

Ad un certo punto la conversazione con la mia amica si interrompe automaticamente. L’argomento e le inerenti posizioni si erano esaurite e quindi il silenzio si fa largo tra i nostri pensieri. E’ proprio in quel momento, quando riesco a sentire bene i rumori che la televisione emana, che sento la Gallina di turno, (reduce da un qualche reality, credo), parlare della sua vita, ma soprattutto di “seconde possibilità”.

Ebbene, ascoltare quelle due parole assieme mi ha scossa. (Meglio omettere i brividi che ho provato nel sentirle provenire da tale Oracolo di Delphi….) In tutti questi anni della mia esistenza, che, a dir la verità, non sono poi così tanti, ammetto che le seconde possibilità le avevo accantonate. O forse addirittura bandite dalla mia filosofia di vita.

Non sono una persona che litiga facilmente, un po’ perché a volte (sono sincera), il conflitto mi spaventa, e un po’ perché ci sono dei momenti in cui non credo valga la pena scatenare una guerra per cose che possono essere risolte con un “Non ti curar di loro, ma guarda e passa”. Perciò, non arrabbiandomi spesso, e soprattutto, non litigando in maniera “brutale” con praticamente nessuno, il problema delle seconde possibilità mi si è presentato ben poche volte.

Tuttavia, sono umana anche io, e credo che ci siano state almeno tre persone che mi hanno davvero fatta incendiare e diventare una persona volgare e scurrile per almeno un’intera giornata, nella quale la mia famiglia e i miei amici dovevano ascoltare le imprecazioni, le maledizioni che lanciavo e convincermi che: “Tesoro caro, non credo che usare una bambola Voodoo funzioni, sai?”. In qualche modo perciò, me le sono fatte passare, però non è stato facile. Ho perdonato tanto e tante persone e cerco quindi di essere umile e “superiore”, ma ci sono cose che non possono essere perdonate. Quando qualcuno commette qualcosa di grave (e queste tre persone lo hanno fatto), non credo che possa essere data loro una seconda possibilità. Comunque, non volevo parlare di loro. Non è né il momento né la sede adatta, perciò adesso lascerò svanire i ricordi che ho di loro in mente, respirerò profondamente e riorganizzerò le idee…

Dunque, dicevo che insomma non sono una che ha dato seconde possibilità e ammesso che io le abbia date, è successo molto raramente. Ma come dicevo, il discorso della Gallina mi ha scossa, è stato come svegliarsi improvvisamente in piena notte con un’idea geniale in testa.

Credo che alcune persone sia meglio lasciarle perdere, lasciarle andare, far sì che le energie negative che avevano portato con loro ci abbandonino definitivamente. Tuttavia, capita sovente che ci siano persone che per un motivo o per l’altro, dopo che il rapporto è inevitabilmente finito male, o si è semplicemente rovinato, continuino a lasciare segni del loro passaggio nella nostra vita. Ad esempio, incontri un uomo, ti piace, uscite insieme per un po’ di tempo, poi però finisce tutto. Ci metti un po’ a ritornare sulla retta via, ma poi ce la fai. Nonostante questo però, lui non è sparito dalla tua vita. Avete amici in comune e ciò vi rende obbligati a vedervi spesso. Il suo incontro però, ti ha aiutata a capire molto di te stessa, ti ha resa migliore, ti ha fatta crescere. A volte perciò, ci sono persone che quando abbiamo incontrato erano perfette per noi in quel momento, perché erano quelle di cui avevamo bisogno, ma non erano quelle che meritavamo (o viceversa). Ecco cosa intendo. Credo che alle volte dare una seconda possibilità sia giusto e doveroso. Vedere se i tempi sono cambiati, andando cauti, ovviamente, ma testare se il momento e la persona sono quelli giusti, adesso. Dare una seconda possibilità ogni tanto può solo farci bene, non abbiamo nulla da perdere.

Questa è stata la svolta del mio filosofare. Ammetto di essere spiazzata dal fatto che questo ragionamento sia frutto di un’intervista ad una Gallina, e ciò mi mette un po’ a disagio. Però magari è un segno: che io debba dare una seconda possibilità anche a lei?

Parola del giorno: Mela rossa.

Oggi ho pranzato da sola al bar. Una volta seduta al mio posto ho letto il menu, poi ho ordinato al cameriere un panino e mezzo litro di acqua. Lui ha prontamente apparecchiato il mio piccolo tavolino dove a malapena ci stavano due persone, e ha terminato l’operazione sorridendomi. Così, per ammazzare l’attesa e per liberarmi dallo stress della prima mattina della settimana, ho tirato fuori un libro dalla borsa e l’ho aperto poggiandolo sul tavolo. Dopo poco ho tirato su gli occhi dalle pagine: c’erano troppi rumori che catturavano la mia attenzione e ho cominciato a guardarmi intorno osservando per bene quel posto.

Il bar era abbastanza pieno di clienti, chi a coppie, chi a gruppetti e chi era solo, come me.

Un signore cattura la mia attenzione. E’ un uomo sulla sessantina, con dei grossi occhiali tondi, una camicia azzurra e una giacca blu, molto elegante. E’ anche lui da solo, ed è tutto concentrato nel tagliare una mela rossa in graziosi spicchi perfetti. Non so se vi capita mai, ma io spesso mi fermo ad osservare le persone e ad immaginarmi di essere loro. Cerco di guardare le cose con i loro occhi. E così, ho cominciato a fantasticare. Ho tentato di essere lui, di capire che cosa stesse pensando, che cosa stesse vedendo e che cosa dovesse fare dopo. Poi, l’ho immaginato da giovane. Ho pensato al suo matrimonio, nonostante non indossasse la fede. Lo vedevo all’università, alla facoltà di Ingegneria, arrivare tutto affannato per dare l’ultimo esame. Ho immaginato la sua prova di guida e la maturità. Mi è venuto in mente di quando i suoi genitori hanno scoperto che aveva saltato la scuola. E così via.

L’uomo si porta il tovagliolo alla bocca e si pulisce i baffi, beve un sorso d’acqua e poggia il bicchiere vuoto sul tavolo. Poi, raccoglie il giornale e la sua ventiquattro ore dalla sedia accanto a lui e si alza. Non so perché, ma continuo a guardarlo.

Si dirige verso la cassa. Lo vedo pagare, tirare fuori la moneta da un elegante portafogli in pelle firmato Prada e saluta sorridendo il barista. Si avvia verso l’uscita e lì accade qualcosa di strano, che mi ha lasciata spaesata.

Si avvicina sempre di più verso il mio tavolino, finché non mi passa accanto, e proprio in quel momento sembra tutto andare così lento, a rallentatore. Il suo passo diventa eterno e la sua testa si gira piano verso di me, finché non mi guarda, dritto negli occhi. Lo guardo anch’io, e sembra che mi stia guardando dentro, sembra che voglia dirmi qualcosa. Distende le sopracciglia, ha un’espressione inerme. Mi guarda con timida rassegnazione, come se avessi scoperto qualcosa.

Quel lungo attimo passa, e vedo lui camminare velocemente accanto a me. Mi guarda, sorride timidamente e supera il mio tavolino. Esce.

Ho avuto la sensazione che avesse capito il mio tentativo di esplorare la sua vita, è come se fossi riuscita a leggere il suo passato. Che io ci sia riuscita davvero?

Parola del giorno: Posticipare.

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Quella sensazione che sai che devi fare una cosa, ma non la fai. Ti è così scomoda. Non hai tempo adesso. Hai altri pensieri a cui dare la precedenza. Più importanti. E allora che fai? Posticipi. Cerchi di non pensarci, ma si sa: più si tenta di non pensare, e più quella cosa riaffiora nella mente con più forza e più vigorosa di prima. Provate un po’: adesso impegnatevi, non dovete assolutamente pensare ad un orso polare! Ebbene, scommetto che ognuno di voi, ora, sta pensando solamente a quello.

Quante cose che mi attanagliano, quante quelle cose che non ho voglia di fare: tutte perdite di tempo, mi dico, tutte cose che “Posso farle benissimo domani, se le facessi oggi so che non mi verrebbero tanto bene come mi verrebbero se le faccio domani.”

Posticipare. Ci sono persone che passano la vita a posticipare gli eventi. Ma le cose che devono accadere, prima o poi, accadono. Che noi vogliamo o meno, poi, la vita ce le sbatte lì davanti, in faccia. Tipo uno schiaffo. Forte.

E’ sempre meglio rischiare, affrontare le cose, guardarle negli occhi, senza paura. Sono cose che si devono per forza fronteggiare, sia perché magari sono degli obblighi a cui dobbiamo attenerci, sia perché spesso è l’unico modo che abbiamo per cambiare o per superare le nostre paure. 

Però mi sa che comincio da domani.

Un’ombra fuggitiva di piacere- Mezz’ora.

Niente parola del giorno, oggi.

Mi è ricapitato in mano un libricino che ho da parecchi anni: è una raccolta di alcune poesie di Kavafis, tradotte da Guido Ceronetti (Adelphi). Ho accarezzato la ruvida copertina azzurra, ho aperto le prime pagine, le ho sfogliate, poi sono andata a vedere in quali pagine avevo fatto l’orecchio. Povere pagine! Così ridotte, tutte spiegazzate in un angolo, solo per un capriccio della mia memoria. Ebbene, ecco che in una di quelle pagine, trovo la poesia più bella di questa raccolta.

Conosco poco l’autore e conosco poco la poesia, ma questa mi ha colpito particolarmente. La leggo e la rileggo, immagino e viaggio con la mente. Me la sono anche trascritta su un foglietto (il caso ha voluto che il foglio fosse azzurro, come la copertina del libricino) che ho poi messo dentro il portafogli, in modo tale da averla sempre vicina. Il libro invece l’ho messo sul comodino. Mi cullerà nei sogni più burrascosi, lo so.

Buona lettura a voi, allora.                                         Immagine

MEZZ’ORA
 
Mio non sei stato né mai sarai,
Credo. Fu l’altro ieri:
Uno sfiorarsi al bar, dirsi qualcosa,
Niente di più; e già la pena provo
Del rimpianto, confesso. Ma c’è talvolta
In noi dell’Arte, di mente tale eccesso
Che un’ombra fuggitiva di piacere
Trasformiamo in sostanza, ne facciamo
Realtà palpabile. Così fu al bar,
L’altro ieri: complice in me una
Ubriacatura misericordiosa,
In rapimento erotico ho vissuto
Per mezz’ora, assoluto…
(Devi averlo capito: sei rimasto
Apposta un po’ di più). Ma quanto,
Oh quanto necessario fu il guardarti
Nelle labbra, e il corpo tuo accanto
Avere il mio… Concesso
Non m’avrebbero un tale incanto
Vertigine d’alcool, sogno,
Pur tanto forti, mai…

Parola del giorno: Cucchiaino.

Apro gli occhi. La musica di quel pianoforte mi sveglia, mi entra nelle orecchie, coinvolge i miei pensieri e li avvolge, li abbraccia. E’ stato questo strumento con quei suoni meravigliosi, intrappolato nella radio sveglia, a farmi respirare questa nuova giornata.

Un altro giorno è cominciato. Per fortuna oggi è vacanza e posso permettermi di non fare niente, di dedicarmi a me stessa, alle piccole cose che mi fanno stare bene. Le coperte hanno il profumo della notte appena trascorsa, ed io sono ancora arrotolata dentro di esse. Mi piace rimanere avvolta tra la biancheria profumata, col sole che entra dalla finestra, il vento fresco che mi accarezza le guance e la musica che sottolinea questo nuovo inizio. In casa ci sono solo io. Sono al mare, finalmente. Avevo così voglia di rimanere per un po’ nell’assordante solitudine della mia anima. La tenda si muove, il vento mi suggerisce di alzarmi, e così faccio.

Cappuccino, fette biscottate con marmellata e succo d’arancia. La colazione in terrazza in compagnia del vecchio tavolo di legno era una di quelle cose che mi mancavano di più di questa casa. La mia vestaglia bianca balla con l’aria, il rumore delle onde che spariscono sul bagnasciuga mi culla. Quel pianoforte, intanto, è sempre lì. La colonna sonora di questa giornata. Mi godo l’aria del mare, il suo profumo, l’aria che sa di cambiamento. Non so se abbia davvero questo sapore, oppure se sono io a percepirlo. Fatto sta che so che da oggi in poi le cose andranno diversamente.

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Osservo lo zucchero che ho appena messo nel cappuccino e attendo che cada nella tazza con un silenzioso “pof”. Mescolo, e il cucchiaino comincia a disegnare dei cerchi, delle forme, tante spirali. Sono in un momento così riflessivo che potrei mettermi a riflettere anche su ciò che il cappuccino sta tentado di dirmi con i disegni appena terminati col cucchiaino. Assaporo la mia bevanda calda, per ora riesco ad avere la mente abbastanza libera. Mi godo il momento, mi godo la magia di tutte queste piccole cose assieme. Una casa che non vivevo da tanto tempo, l’aria, il mare, il pianoforte, il profumo del caffè che dalla cucina si sposta in terrazza, per volare via nel vento. So che oggi è una di quelle giornate di “pausa”, in cui ci si può permettere di non fare nulla, di chiudersi in se stessi, di stare da soli, di riuscire ad ascoltarsi. Ho proprio voluto e pianificato che oggi fosse così. Io, e questa casa. Questo luogo mi aiuterà a tranquillizzarmi, a riflettere.

Finisco l’ultimo sorso di cappuccino e appoggio la tazza al tavolo consumato. E’ color panna, il fondo è segnato da disegni di cucchiani di chissà quanti anni fa, e la superficie è attraversata da un graffio sulla faccia di porcellana. Credo che questa tazza abbia la stessa età della casa. E’ il momento migliore oggi, è la giornata adatta per fare un resoconto di ciò che è stata la mia vita finora, ricordare gli attimi belli e quelli brutti, e valutare come andare avanti. Cosa eliminare, cosa migliorare, cosa fare. L’importante per me oggi, è porre degli obiettivi, per andare avanti e ricominciare.

Parola del giorno: Notturno.

Un’altra notte in cui i miei pensieri non mi danno pace, in cui il mio pensare è un compagno che mi suggerisce mille cose nell’orecchio, in fretta, troppo velocemente, non mi da nemmeno il tempo di comprendere ciò che mi vuole dire. Un’altra notte passata così, assieme a coloro che avevo deciso di far riposare un po’ col buio: i pensieri.

Un’altra volta l’hanno avuto vinta loro, per un’altra notte mi ritrovo a scrivere ciò che sento, solo per tentare di liberare e svuotare la mente da ciò che mi attanaglia, e cercare così di riprendere il riposo che mi viene negato. E’ come se ci fossero due persone dentro me: una reale, fisica, che sente il bisogno ed il dovere di dormire, di lasciare risposare il giovane corpo stanco, e l’altra me, che invece è così astratta, eterea, come una presenza, un fantasma pallido che mi sta sempre accanto e mi dice che devo fare, cosa devo pensare, cosa devo dire. Mi obbliga a rimanere sveglia, a non abbandonarmi a Morfeo. Ma l’altra me ha così voglia di abbracciarlo, di darsi completamente a lui, però il fantasma è così prepotente…sussurra forte, scandisce le parole, mi agita, mi soffia nell’orecchio, mi obbliga a rimanere sveglia. E così vedo Morfeo allontanarsi.

In una notte insonne ho pochi modi per passare il tempo. Perché è questo ciò che uno fa quando non dorme: prova a fare qualsiasi cosa affinché il tempo scorra, gli occhi si addormentino e, soprattutto, affinché la mente riesca finalmente a trovare un po’ di pace da quel fantasma che l’ha rapita. Uso da un po’ di tempo gli stessi metodi, e devo dire che funzionano.

Sono le 2:45 di notte, tutto tace. Pochi rumori attraversano le mura della mia casa: qualche auto, una risata di una donna che passa, un cane che abbaia alla luna. Sembra che solo io non riesca a dormire, sembra che io sia l’unica creatura terrestre a vivere questa notte.

La camomilla? Nessun effetto per ora, se non quello di avermi riscaldata un po’. Sono già sotto una bella coperta in pile, ho anche continuato a leggere il mio libro, sfogliato tutte le riviste che ci sono in bagno per i momenti catartici, ma ancora nessun segno di Morfeo. Cosa devo fare per dormire con lui?

Mi metto a scrivere. Scrivo tutto ciò che mi passa per la mente, non importa non abbia senso, non devo rileggerlo. Ciò che scrivo deve rispecchiare i miei pensieri, ed i miei pensieri spesso non hanno un filo logico. Mi serve solo che passino dalla mia testa alla carta. Intanto, il fantasma se n’è andato… E tutto diventa più leggero…più facile. Per aiutare questo passaggio, accendo una piccola candela profumata: il suo profumo e la sua timida luce aiutano a concentrarmi. Non mi resta che ascoltare Chopin. Quel pianoforte è una ninnananna a cui credo nessuno possa resistere. E’ il modo più potente, dolce col quale una persona si possa addormentare, abbandonarsi al silenzioso buio notturno.

La notte non è fatta per fare, per produrre, serve solo a riposare il nostro corpo stanco, a riposare i pensieri. Mi piace il suo arrivo: durante il tramonto alzo lo sguardo e conto le stelle che cominciano a macchiare timide il cielo. E’ come se ci fosse una festa: gli invitati arrivano piano piano, alcuni da soli, altri a coppie ed altri ancora a gruppi.

E così, eccomi qui. In terrazza, con la seconda camomilla della notte, la coperta rossa sulle spalle, e il naso all’insù, insieme alla candela a salutare le stelle che arrivano. Sorrido, e loro ricambiano col loro luccichio. Mi viene da canticchiare, e non importa se è tardi, se gli altri dormono, per me questo momento è così magico, mi viene così naturale sussurrare al chiaro di luna, mi viene solo da ridere e cantare con le stelle.

Sento le braccia di Morfeo avvolgermi. Mi bacia, ed io continuo a sussurrare la mia ninnananna. Guardo per un’ultima volta le stelle, quelle compagne di notti insonni, le saluto, auguro loro una buonanotte. Sono certa che presto però sarò di nuovo in loro compagnia. Intanto so che mi guarderanno riposare. Spengo la candela, abbandono la terrazza e mi dirigo in camera da letto. Il mio corpo è ancora fresco, porta su di sè l’aria notturna, e forse anche un po’ di luce stellata che è rimasta intrappolata su di esso. E’ finalmente arrivato Morfeo, è finalmente il momento di chiudere gli occhi. Sorrido. Una notte così era da tanto che non la vivevo.