Parola del giorno: Forbici.

Quando qualcosa non va. Quando sono stanca, stufa. Quando vorrei gridare con tutta la mia voce “Basta!” perché non ce la faccio più. Quando arrivo al limite. Quando capisco che è il momento di prendere delle enormi forbici e di ritagliarmi un momento solo per me, un piccolo angolo di tempo in cui poter piangere, respirare con calma aria libera da ogni cosa che mi faccia sentire male, in cui io possa sentirmi viva solo grazie al turbinio di emozioni che mi scorrono nelle vene, in cui il mio corpo possa gridare lui stesso tutti i dolori, tutte le cose che non mi rendono felice. Zac!

Prendo la bici. Ho voglia di pedalare. Non voglio pensare a niente, e soprattutto non voglio pensare nemmeno a quanti chilometri fare nè a dove andare. Non importa il luogo in cui mi fermerò: qualsiasi posto andrà bene, qualsiasi posto potrà essere il luogo in cui potrò piangere, sfogarmi, calmarmi. Ogni luogo sarà il mio angolo di tempo.

Schiaccio con forza i freni, e la bici rallenta bruscamente quasi spaventata. Sono lungo il fiume, a qualche chilometro dalla città. Intorno a me tutto continua noncurante di ciò che accade a me, così piccola, sola ed insignificante figura agitata di questo pianeta. Lascio la bici, la lego senza nemmeno fare caso al modo in cui non farmela rubare. Probabilmente ho legato il lucchetto solo al palo e la bici è in balìa del primo che passa.

Comincio a camminare, il passo è veloce, e la gonna a ruota danza col vento. I miei capelli mi accarezzano il viso, rigato dalle lacrime che fredde si poggiano sulle guance per poi cadere sul collo, e macchiare qui e lì la maglietta. Poco più in là c’è un albero, un enorme salice piangente. Ha l’aria vecchia, di uno che di cose ne ha viste davvero tante. Sembra anche lui stanco, esausto. Come me. Mi avvicino, e ancora piangendo, singhiozzando, poggio la mia mano su quella dura corteccia ruvida. Sento il calore che emana. E’ come se mi stesse regalando dell’energia nuova, potente, confortante. Accarezzo la sua dura pelle, poi mi abbasso, fino a sedermi sul prato, appoggiando la schiena alla maestosità di quell’esemplare. Chiudo gli occhi, le mani s’intrecciano ai capelli, e il vento continua ad abbracciarmi e ad accarezzarmi la testa. Alcune foglie dell’albero mi cadono vicine. Sento che il salice comprende i miei sentimenti. Poi, finisco i singhiozzi. “Forse ho finito le lacrime”, penso, “Per oggi non ce ne sono più”. Mi asciugo il viso con le mani e riprendo a respirare normalmente. Richiudo gli occhi. Ho in mente una melodia. Suite da Le mille e una notte. Piano piano si fa più poderosa, sempre più forte…

I fiati rimbombano, si fanno spazio nella mia testa, e poi ecco gli archi. I maestosi archi cominciano a risuonare nel mio corpo. La melodia diventa chiara e forte nei miei pensieri, i violini mi accarezzano, cullandomi, e mi calmano. Mi sento più serena. Comincio a divagare con la fantasia, sento i piedi sollevarsi da terra, mi sento tutta più leggera. Il mio corpo è una piuma, e comincio ad allontanarmi dal terreno. Sto volando, sono in alto, e tutto comincia a farsi sempre più piccolo: la bici, il salice, il fiume, la strada e le case. Gli archi mi fanno compagnia in questo viaggio, ed io volo così leggera, mi sento fatta della stessa sostanza di cui sono fatte le nuvole. Volteggio in aria, e ancora la musica mi culla. Adesso sto davvero così bene. Con quelle forbici vorrei poter adesso ritagliarmi anche uno spazio di cielo: qui è davvero tutta un’altra cosa!

Parola del giorno: Polaroid.

Diamo così tante cose per scontate. Ogni giorno ci svegliamo già stufi, “Avanti, un altro giorno che abbiamo da vivere. Alziamoci e andiamo”.

Tutto uguale, niente di speciale. Sempre la solita routine, come macchinari in fabbrica che ripetono il loro automatico lavoro. Nessuna spontaneità, senza creatività. Tutto rimane uguale da un giorno all’altro, l’unica cosa che ci permette di comprendere che il tempo va avanti è il calendario. I giorni passano, e pochi se ne accorgono. Siamo tutti presi dalle nostre cose, in velocità, in fretta, siamo sempre di corsa.

Mai niente di nuovo, poche le emozioni. Ci abituiamo a ciò che i media ci propinano. Tutto quanto diventa normale. Tutto diventa una scusa, una giustificazione. “Lo fanno tutti -ci dicono i media-, allora perché non devo farlo anche io?”. Ci fanno passare per verità ciò che dicono loro, ci riempiono la testa di false idee, di segatura. Le cose più brutte stanno diventando normali, ormai non ci sconvolgiamo più di nulla. E rimaniamo così ad abbracciarci da soli, tremando, e sperando che questo non sia davvero così. Ma in realtà nulla ci tocca più oramai. Il nostro cuore sta diventando freddo, ce lo stanno piano piano anestetizzando, attraverso la continua esposizione alle violenze. E così anch’esse diventano normali. Nulla ci tocca più, tutto ci scivola via come acqua sulla pelle. Non assorbiamo più niente. Nulla diventa davvero nostro.

Quale potrebbe essere la soluzione? Fermare gli attimi, immortalarli con una Polaroid solo nostra. Fermare quel secondo che ci fa sorridere, che per brevi minuti ci segna il viso con una curva all’insù. Chiudere gli occhi e sentire il profumo di gelsomino che proviene dalla siepe. Click. Vedere un ragazzo ed una ragazza seduti ad un tavolo, parlare di tante cose con tanto entusiasmo, emanare energia, sentimento, amore. Click. Una bambina che ride in braccio al padre. Click.

Mi accorgo che quando qualcosa attira la mia attenzione tutto il resto si ferma, esiste solo quel particolare. Non c’è più il tempo, l’orologio non funziona più. E allora Click, rendo eterno quel momento, lo assaporo fino in fondo. Voglio rendere speciale ogni mio giorno con un piccolo particolare che mi faccia sorridere. Voglio emozionarmi, voglio essere sensibile. Non voglio diventare anestetizzata alla violenza, alle brutte notizie. Voglio poter piangere se qualcosa va male, voglio poter ridere quando sono felice. Voglio che il mio cuore si emozioni ogni giorno, sempre.

Parole del giorno: Tipi Da Palestra.

Dopo anni di nuoto, tennis, danza e chi più ne ha, più ne metta, quest’anno sono caduta anche io nella trappola della palestra. Un po’ perché di nuoto e tennis non volevo saperne, un po’ perché non ero (purtroppo!) nemmeno così motivata a fare danza e un po’ perché…vabbè diciamolo. Volevo la garanzia di passare a pieni voti la prova costume per l’Estate 2012! No scherzo, non era proprio una mia prerogativa la prova costume, ma semplicemente avevo il desiderio ed il bisogno di tenermi in forma, farmi del bene insomma, ed inoltre andare in palestra poteva essere anche un valido modo per distrarmi dalle fatiche quotidiane. E così, mi sono iscritta. Ho addirittura pagato subito per un anno, in modo tale che se anche mi fosse balenata in testa l’idea di smettere per pigrizia o altro, almeno avrei dovuto piangere quei tanti bei soldi dati alla palestra che sarebbero andati irrimediabilmente “perduti”. Perciò, ho utilizzato anche la super offerta di “pagare un anno subito anziché ogni tre mesi!” come motivazione, come spinta in più per darci dentro e non mollare questa sfida che mi ero posta.

Comunque, quello che dicono riguardo le endorfine è tutto vero. Provocano dipendenza. Dipendenza dal tenersi in forma, nel mio caso. Ormai è da ottobre che frequento la mia palestra e ci vado almeno tre volte alla settimana, e, detto con tutta sincerità, se salto anche solo una volta non mi sento a mio agio. Mi piace andare in palestra, perché, oltre al fatto di poter allenare ogni singolo muscolo del mio corpo, posso ascoltare la musica che preferisco, ma è anche un momento sacro in cui posso stare da sola, con o senza i miei pensieri. Infatti, ci sono giorni in cui i problemi mi tormentano anche in sala attrezzi, ma la maggior parte delle volte mentre mi alleno ho la testa completamente sgombra da qualsiasi pensiero. Elettroencefalogramma piatto.

Ebbene, come già ho detto prima, ormai è parecchio che frequento la palestra, e, complice il fatto che amo guardarmi attorno, osservare e scoprire piccoli dettagli delle cose e delle persone che invece magari nessuno solitamente nota, ho capito che le palestre sono frequentate sempre dagli stessi tipi di persone. Nonostante magari la gente cambi, le tipologie sono le stesse. Ho trovato alcuni tipi, che ovviamente posso essere sia maschi che femmine, che nella palestra vedono il loro habitat naturale…

Il Pigro. E’ quello che entra in sala attrezzi già stufo e si sta ancora domandano perché sia lì e non sul divano a guardare la partita mentre beve birra e mangia pop corn. Comunque, la sua forza di volontà è ammirevole, visto che ha avuto la meglio sulla birra. Passa tutto il tempo a sbuffare, e con aria affranta tira su i pesi. Quando è il momento degli addominali sul tappetino però, sembra quasi felice che possa finalmente sdraiarsi.

Il Narcisista. Credo che la maggior parte della popolazione della palestra sia costituita da questa tipologia di persone. Sono quelli che vengono in sala vestiti con completini di colori sgargianti, di marchi noti e costosi. Sono talmente attenti all’aspetto esteriore che anche le macchie di sudore si preoccupano di apparire carine. Di solito, quando corre sul tapis roulant fa in modo di farsi notare, magari lanciando i capelli di qua e di là tipo bagnino-che-esce-dall’acqua-di-Baywatch, e quando solleva i pesi, consuma lo specchio guardandosi, guardandosi e ancora guardandosi. Inutile dire che è sempre in splendida forma e, ovviamente, in tenuta impeccabile.

Il Rumorista. Di questi esemplari non ce ne sono molti, tuttavia si riconoscono immediatamente. All’inizio dell’allenamento non diresti mai che sia un Rumorista, ma poi te ne accorgi. Eccome se te ne accorgi! Solitamente non è una persona che si nota per qualche motivo: veste normale, cammina normalmente, fa gli addominali nella maniera in cui li fanno tutti. Ma poi, arriva l’inaspettato. E’ il momento del bilanciere. Il nostro prende l’attrezzo, ci carica i pesi, ed ecco che comincia lo show. Mentre si allena non si sente più nessun altro suono, la musica non esiste, la tutor che nella sala accanto tiene la lezione di fit boxe urlando, improvvisamente non si percepisce più. Il nostro esemplare comincia ad emanare allenandosi tutta una serie di versi, sbuffi, urletti, gridolini, tanto da far girare le altre persone, preoccupate che gli stia venendo un colpo. Invece, nonostante sia viola in viso, non sta male, ma semplicemente preferisce sfogarsi rumoreggiando e sospirando così forte da essere (almeno a parere mio) imbarazzante.

Il Signore-più-in-là-con-l’età. E’ il tipo di persona che preferisco. Molti di loro si possono incontrare la mattina, tuttavia è possibile incontrare qualche esemplare anche la sera. Gli si legge dalle rughe che hanno una certa età, ma vengono in palestra lo stesso e con la loro personale scheda, svolgono attentamente ogni esercizio. Leggono il foglio dall’alto degli occhiali, strizzando un po’ gli occhi per mettere a fuoco le descrizioni, mentre le gocce di sudore scorrono dalle tempie, e l’asciugamano rimane sempre attorno al collo, pronto per l’uso. Sono tipi tranquilli, non socializzano, raramente sorridono. Sono comunque presenze ben volute e piacevoli.

L’Occhiolungo. In realtà ci sono almeno due tipi di Occhiolungo. C’è quello che si fa l’abbonamento più breve possibile giusto per vedere se la palestra è, come effettivamente si dice, un luogo dove sia facile cuccare. Prende la sala attrezzi come un mercato in cui la merce è esposta e tutta a sua disposizione. E così lui/lei, scruta ed osserva minuziosamente, analizzando uno per uno gli esemplari che ansimano sul tapis roulant. Tuttavia, se il rimorchio è andato male e ha riempito il suo borsone di carte da due di picche o, peggio, in quella palestra non ci sono esemplari che secondo lui/lei meritano, abbandona (spesso) ancora prima di aver terminato il periodo pagato, e si ritira sul divano di casa, riflettendo su quale possa essere un altro luogo dove poter tentare di rimorchiare. Il secondo tipo di Occhiolungo è quello invece che frequenta abbastanza assiduamente la palestra, ma che non riesce a concentrarsi. E’ sempre distratto dai corpi altrui, dalle forme dei muscoli delle donne e/o degli uomini. Non c’è un momento in cui pensi per sé, e ha la testa in continuo movimento, che tenta disperatamente di guardare tutti i bei corpi che trova sui quali porre il suo sguardo. Solo quello, perché chiaramente, proprio per questo suo essere Occhiolungo, è snobbato da tutti (per fortuna!).

Il Frettoloso. Non si capisce se venga in palestra perché gli piace o se ci venga sempre prima di un appuntamento importante. Entra in sala con sguardo aggressivo, incendiando con gli occhi chiunque gli passi accanto. Infatti guai ad interromperlo! Non ama affatto essere interrotto e nemmeno che qualcuno gli freghi una macchina o gli attrezzi. Se poi gli freghi la panca sei finito, lui ha fretta e ti incendierà col suo terribile sguardo. Svolge tutti gli esercizi in maniera veloce, uno dopo l’altro, non si riposa e completa le serie in pochissimo tempo. Ecco perché finisce la sua scheda nella metà del tempo che dovrebbe impiegare.

La Barbie. Mora, rossa, bionda. Il manto di tali esemplari può essere di vari colori. La Barbie è di solito (s)vestita in abiti succinti, con i glutei in bella mostra che escono dagli shorts e spesso e volentieri le tette che cercano di uscire dalla mini canottiera colorata. Se potesse, correrebbe sul tapis roulant con i tacchi, ma il tutor le ha detto (la prima volta che è arrivata) che facendo in questo modo avrebbe bucato la macchina e così, sconsolata, ha comprato delle “bassissime” sneakers. Si nota subito appena entra perché emana sempre un profumo di grande marca, il trucco (non si sa come mai) non si scioglie. Probabilmente se l’è fatto tatuare sul viso. I capelli sono sempre lunghi e sciolti, al massimo si mette una fascia che possa trattenerli un po’ lontano dalla faccia. Non ama faticare né sudare, cerca di lavorare il meno possibile e appena può beve dalla bottiglia da un litro per idratare il corpo, e fa un giro della palestra, tipo sfilata di moda. Cerca in ogni modo di mettersi in mostra, e credo che gli Occhiolungo la notino eccome.

La Ci-provo-ma-sono-già-stanca. Sono ammirevoli anche questi esemplari. Nonostante in loro ci sia qualcosa che non va, riassumibile come una “stanchezza-non-bene-definita-ancora-prima-di-cominciare”, si differenziano dai Pigri perché, al contrario di questi, sono molto più motivati ad allenarsi, hanno voglia di migliorare, di tenersi in forma. Tuttavia hanno poca autostima di sé stessi e non credono che allenarsi possa aiutarli anche da questo punto di vista. Perciò, cominciano un esercizio e lo lasciano irrimediabilmente a metà, passando all’esercizio successivo, nel quale faranno la stessa cosa. Risultato: la loro scheda dura poco, l’allenamento non funziona perché fanno meno della metà delle cose che dovrebbero fare. Peccato!

Il Perso.  E’ quello che in palestra ci è arrivato un po’ per caso, non sa bene nemmeno lui come. Entra in sala ogni volta come se fosse la prima, ed ogni volta dimentica di prendersi la scheda, senza la quale sarebbe ancora più Perso di quanto non lo sia già. Chiede sempre ai tutor quali sono gli esercizi che deve fare e spesso si incanta a fissare dei punti sul muro mentre dovrebbe fare pesi. E’ come se fosse lì per sbaglio. Come è arrivato, se ne va, portando con sé, spesso e volentieri, quella benedetta scheda, ed uscendo dalla palestra con ancora l’asciugamano attorno al collo.

La Stacanovista. Ultima, ma non per questo meno importante. Oltre al direttore della palestra, è lei la presenza costante in sala. Che tu venga la mattina, la sera, il pomeriggio, anche in giorni diversi, includendo anche il sabato e la domenica, la troverai sempre lì. Corre sul tapis roulant, usa la ciclette, oppure utilizza il tappetino. In ogni caso, che tu voglia o meno, la troverai sempre ad allenarsi. Chiaramente ha un fisico invidiabile, ma sono quelle persone che ti fanno venire il dubbio: ma lei paga per andare in palestra, oppure è la palestra a pagarla? Probabilmente fa parte dell’arredamento.

Credo di avere esaminato più o meno ogni esemplare che in questi mesi ho avuto la fortuna di incontrare, ma sono certa che ce ne siano altri ancora da scoprire. Se avete suggerimenti, consigli ma soprattutto segnalazioni da fare a riguardo, non esitate a scrivermi. La Palestrologia è una materia ancora molto giovane: ogni vostro aiuto, commento e osservazione sugli esemplari potrà aiutare tale scienza a crescere e ad arricchirsi. Grazie.

Parola del giorno: Vestito sfigato.

Avete mai avuto un vestito sfigato? Io si. Ho un vestito sfigato nel mio guardaroba. E’ un vestito stupendo, mi piace moltissimo, è uno di quei capi che appena vedi in negozio ti trovi travolta da un non-ben-identificabile-senso-materno che ti obbliga a portare quell’abito con te, adottarlo e stargli vicino. Eh si, perché l’amore a prima vista ed il colpo di fulmine, esistono! Comunque, in quella situazione ovviamente non importa quanto spendi, perché l’amore per quel vestito è più forte di qualunque prezzo. Una volta portato a casa dal negozio perciò, l’ho provato di nuovo di fronte allo specchio, e accarezzando dolcemente la gonna a ruota, mandavo baci alla Marilyn Monroe, con tanto di espressione “Oh! Quest’aria che proviene da questa grata mi sta facendo alzare tutta la gonna!”.

Comunque, nonostante il mio amore per quel vestito sia davvero enorme, e mi porti ad indossarlo in molte occasioni che reputo “importanti”, possiede davvero una quantità di “sfigatezza” che ancora non so bene definirne bene quanta. Con “sfigato” non intendo “brutto”, bensì una cosa come “sfortunato”. O meglio, lui fa solo il suo dovere di essere indossato, ma poi la “sfigata” divento io. Non sono mai successe cose belle o interessanti le volte che ho indossato quell’abito. Vediamo un po’…

Ecco, la prima volta che l’ho indossato era una fresca serata di inizio primavera, e ho optato per abbinare a quel vestito di tonalità grigio scuro-verde, delle calze velate nere, accompagnandole con degli stivali anch’essi neri. Sono andata a fare aperitivo con degli amici, uno Chardonnay e qualche stuzzichino, risate e confessioni piccanti. Decidiamo di uscire dal locale, e, nel momento in cui mi alzo, “Craaaaaack!” le calze improvvisamente si fanno a brandelli, e io rimango attonita a guardare il mio ginocchio completamente scoperto dalle calze. Una risata generale, e rido anche io. Poi corro in bagno, mi tolgo le calze e le butto nel cestino del bar. E questa è la prima cosa che mi è accaduta con quel vestito sfigato.

Un’altra volta salendo sul tram che stavo per perdere, in tutta fretta e da pochissimo terminata un’energica corsa per prenderlo, riesco a salire sul mezzo e subito dopo le porte si chiudono dietro di me. Non riuscivo a muovermi. Cercavo di andare avanti e poi, ho realizzato. Il vestito era rimasto incastrato tra le porte, quindi molto probabilmente stavo mostrando il mio sedere all’aria alle auto che superavano il mezzo e ai passanti che lo osservavano passare. La fermata successiva (ovviamente) era una di quelle che sono particolarmente lontane da quella precedente, così credo di aver passato ben cinque interminabili minuti di vera vergogna. Tuttavia, credo di essere riuscita a non far notare il mio enorme imbarazzo alla gente che era con me sul tram. Per fortuna, una volta aperte le porte per far scendere e salire le persone, mi sono subito potuta muovere e ho sistemato l’abito. Però una risatina dentro di me me la sono fatta: dall’esterno credo che la scena sia stata esilarante!

Infine, ero finalmente riuscita ad ottenere un appuntamento con quel ragazzo che tanto mi piaceva. Sorriso incantevole, occhi avvolgenti, e una personalità davvero brillante. Decidiamo di vederci direttamente in quell’Enoteca che piace ad entrambi. Arrivo prima io, alle 21:35, lui deve ancora arrivare. Passano dieci minuti, niente. Un quarto d’ora, nulla. Gli mando un sms. Nessuna risposta. Arrivano le 22:00, provo a chiamarlo ma il telefono sembra staccato. “Ottimo!”, penso tra me e me “Direi che questa è una buca in gran stile! Meno male che sono in un locale dove c’è del vino buono!” E così, ho ordinato il secondo bicchiere di vino rosso, ho preso il libro che avevo in borsa, e ho accompagnato la lettura con una festa per le mie papille gustative. Il tutto mentre il mio cellulare era più silenzioso che mai. Finito il bicchiere di vino, sono andata a casa, delusa ed arrabbiata. Quel ragazzo il giorno dopo si è scusato per il suo comportamento, dicendomi che aveva avuto un imprevisto e che, avendo il telefono scarico, non aveva potuto avvisarmi che non sarebbe riuscito a venire. Mi sono sembrati eventi troppo “coincidenti”, perciò, l’ho salutato col sorriso e ho fatto in modo di non uscire più col “bellone-bidonaro”.

Ne avrei altre da raccontare, quel vestito mi ha accompagnata spesso in situazioni memorabili. Credo proprio quindi che sia un vestito sfigato visto che non ho mai passato dei bei momenti con lui. Nonostante questo, il mio amore per lui c’è ancora, e quindi continuo e continuerò a metterlo sempre, finché la “sfiga” non avrà davvero la meglio su di me.

Ormai, ogni volta che lo indosso, mi guardo allo specchio prima di uscire di casa, e sorridendo mi chiedo: “Chissà cosa accadrà stavolta!”.