Noi e gli altri…specchio di noi stessi.

L’importante non è ciò che gli altri fanno di noi, ma quello che noi facciamo di ciò che gli altri hanno fatto di noi.

(Jean-Paul Sartre)

Quanta verità in due righe! Questa frase riassume molto bene una delle mie filosofie di vita, uno di quegli insegnamenti che voglio portare sempre con me e sempre nel mio cuore.

Crescere vuol dire anche imparare dagli altri, a conoscersi, a capirsi, ad essere sereni, ad avere autostima e credere in sé stessi. Forza e coraggio allora, si cresce!

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Mi sa che mi do al fantasy e alla fantascienza: Che letture mi consigliate?

Bene, eccomi qui non per una parola del giorno, non per parlare di web e nemmeno per condividere con voi le mie riflessioni nate in momenti improbabili ed in luoghi ancora più impensabili.

Oggi, ho bisogno di voi. Ho bisogno dei vostri consigli.

Dunque, stanotte ho fatto un sogno che davvero sarà uno di quelli che non dimenticherò facilmente. Per prima cosa, perché una volta finito, mi sono immediatamente svegliata, riposata come se avessi dormito venti ore; e, seconda cosa, perché ancora prima di fare colazione, l’ho scritto (che furbastra che sono, eh?), o almeno ho buttato giù un po’ di parole chiave che poi ho infarcito con descrizioni e sensazioni. Tuttavia non sono qui per raccontarvi il sogno: vi dirò solo che era ambientato in un’epoca non ben definita, un misto fra Star Wars, la Preistoria e le atmosfere tolkeniane.

Tutto ciò, mi ha fatto tornare in mente che:

  1. della Preistoria ricordo, ahimé, ben poco. Urge ripasso;
  2. devo ancora finire di vedere tutti e sei i film di Star Wars;
  3. quanto è bello il libro de “Lo Hobbit”, me lo rileggerei all’infinito! (P.s.: a dicembre esce il film)

Ma, dannazione, sto divagando. Quello che vorrei dirvi è che il sogno (spettacolare) che ho fatto questa notte mi ha stuzzicata, e mi ha fatto venir voglia di leggere libri fantasy e di fantascienza, o come si vogliano definire. Adesso sto leggendo Fitzgerald, poi mi attende un altro libro di Murakami (che a me piace tanto, in attesa di 1Q84 Libro III, devo terminare Siddharta che, poverino, l’ho abbandonato al capitolo cinque… Insomma, le letture da fare, come sempre, non mi mancano. Ma vorrei proprio avvicinarmi al fantasy (sempre che questo sia il termine adatto!). Come Tolkien o alla fantascienza di Ursula Le Guin. Mi potete aiutare? Cosa mi consigliate?

P.s.: Ebbene sì, mentre tutti si danno alla narrativa erotica, (!), io snobbo questa moda e mi butto sul fantasy e sulla fantascienza.

Attendo con ansia i vostri consigli di lettura!

Parola del giorno: Norwegian Wood.

Per quanto uno possa raggiungere la verità, niente può lenire la sofferenza di perdere una persona amata. Non c’è verità, sincerità, forza, dolcezza che ci possa guarire da una sofferenza del genere. L’unica cosa che possiamo fare è superare la sofferenza attraverso la sofferenza, possibilmente cercando di trarne qualche insegnamento, pur sapendo che questo insegnamento non ci sarà di nessuno aiuto la prossima volta che la sofferenza ci colpirà all’improvviso.

 

 

(Murakami Haruki, Norwegian Wood)

Parole del giorno: Ricordo ciò che avevo dimenticato.

Ciò che scrivo si riferisce a qualche giorno fa…

Era una giornata di pioggia, grigia e con le nuvole annerite dal temporale. L’asfalto bagnato emanava il suo particolare odore, che a me tanto piace. I colori brillavano grazie all’atmosfera plumbea: le piante verdi risaltavano e la casa rosso mattone non era mai stata così rossa mattone.

La pioggia continuava inesorabilmente, ininterrottamente a scivolare giù per le grondaie, giù fra gli ombrelli della gente, lungo i marciapiedi e sui vestiti di quelli che avevano sfidato il tempo uscendo senza qualcosa che potesse proteggerli dall’acqua.

Quel giorno non avevo nulla da fare. O meglio, non c’era niente che mi obbligasse ad uscire di casa. Così, mi misi in camera a leggere, ma dopo un po’ mi resi conto che ero troppo distratta: le vicende dei personaggi mi sfuggivano, le descrizioni non mi prendevano e dopo una lettura di un minuto mi imbambolavo, con le parole nere  che ballavano sulla carta bianca. Quindi decisi di smettere. Evidentemente non era quello il momento di immergersi nella lettura.

Decisi di passeggiare per casa. Cucina, soggiorno, bagno, e così via. Mi sentivo un folletto che se ne va da una parte all’altra del bosco per raccogliere bacche, e così, saltellando di qua e di là, mi ricordai improvvisamente che in cantina avrei dovuto avere ancora molti scatoloni dei giochi che utilizzavo da bambina.

Mi diressi verso la porta della cantina. Aprii la porta, accesi la luce e cominciai a percorrere le scale. Il corrimano era liscio e freddo, e dai muri trapelava la sensazione di umidità che quel giorno mi stava investendo. Arrivata giù, accesi la luce della stanza, che, dopo un po’ di esitazione della lampadina, si illuminò emanando una luce di un giallo artificiale. In fondo alla stanza, c’erano almeno cinque grosse scatole disseminate in posti diversi. Tutte erano decorate con vecchi personaggi che amavo. Aprii la prima scatola. Poggiai il coperchio sulle piastrelle fredde e subito ne uscirono impercettibili e minuscole palline di polvere. Lì, dentro a quegli scatoloni, c’ero io. Io che avevo cinque oppure sei, oppure anche dieci anni. Bambole su bambole. C’erano tantissime bambole, alcune senza testa, di altre invece c’era solo il corpo. Tanti vestitini per ogni occasione. Man mano che tiravo fuori una bambola alla volta mi sentivo di nuovo quella bambina che passava le giornata in quella stanza a giocare e ad inventare storie. Poi aprii anche gli altri scatoloni: c’era di tutto! Peluches, Micro Machines, Playmobil, Lego e Polly Pocket. Mi credete se dico che di molti di questi me ne ero completamente dimenticata? Alcuni giochi non ricordavo nemmeno di averli avuti!

Cominciai a guardare con occhi nostalgici quei giocattoli che mi avevano permesso di allenare la mia fantasia, allargare la mia immaginazione e di passare un’infanzia così felice. Mi misi un po’ a giocare, a tirare fuori quei giochi di cui mi ero dimenticata. E così mi ricordai ciò che avevo dimenticato: pian pianino tutto ritornò alla mia mente, un po’ più nitido. Fu come essere tornata indietro nel tempo nel giro di pochi secondi, essere di nuovo piccola ed ignara di tutto, con i giochi che mi facevano volare con la fantasia e che mi facevano compagnia in giornate come quelle, con la pioggia, la casa color rosso mattone e l’odore dell’asfalto bagnato.

 

Parole del giorno: Il trauma da abbandono quando si finisce un libro.

Non mi piace finire di leggere un libro di giorno. Preferisco leggerne il finale la sera, poco prima di andare a dormire, così almeno avrò tutta la notte per superare il trauma da abbandono dei personaggi che mi hanno fatto compagnia. Chiudo il libro sospirando, accarezzo la copertina e poi sfoglio in fretta le pagine, annusando il profumo che emanano mentre scorrono veloci fra le mie dita. E così saluto la storia, penso alle persone che ho conosciuto, alle cose che ho visto e alle situazioni che ho vissuto. Ripenso alla trama, me la ripeto nella mente e cerco di ricordarmi i dettagli che mi sono piaciuti.

Finire di leggere un libro di giorno, per me, vuol dire non avere abbastanza tempo per assaporarne la fine, per salutare la Elizabeth Bennett della situazione o per augurare come si deve a Bilbo Baggins una vita piena di serenità hobbitiana. Insomma, non arrivo ad abbracciare i personaggi, a salutarli per bene, come farebbe una madre con i figli che partono per chissà dove, consapevole che non li rivedrà per un po’. Finire di leggere un libro di giorno vuol dire che il distacco con essi sarà realmente traumatico: sarà difficile per me dire loro addio (o arrivederci) e ci ripenserò in continuazione durante la giornata avendo la consapevolezza di non averli salutati come meritavano.

Ecco perché quando mi ritrovo verso la fine di un libro cerco sempre di posticipare la fine finché non sono certa che leggerò l’ultimo punto la sera, prima di andare a dormire. Non voglio lasciare soli i personaggi che ho incontrato, ma anzi, voglio portarli con me nella notte e, magari, riuscire a continuare la storia durante i sogni.

Il giorno successivo al termine del libro, a volte, ripenso ai personaggi. Ci penso con un sorriso nostalgico, e mi mancano: avrei voluto stare con loro ancora un po’. Poi però, vedo una copertina lucida osservarmi dal tavolino. Mi guarda, mi fissa, mi fa l’occhiolino. In quel libro c’è qualcosa che inspiegabilmente mi attrae… Mi avvicino e prendo il libro in mano. Lo accarezzo, passo le mie dita fra le pagine. Apro la prima pagina e leggo tutto ciò che è stampato, l’autore, il titolo, l’anno di pubblicazione e il nome dell’editore. La tentazione è troppo forte e non riesco a non arrivare all’inizio della storia che custodisce. E così, comincia una nuova avventura, una nuova esperienza, con nuove persone ad attendermi per raccontarmi le loro vicende e ad insegnarmi ciò che ancora non so.

Parole del giorno: Faccio collezione di attimi.

Sto diventando incostante. Prima ogni settimana scrivevo, adesso ci sto riuscendo meno. Sarà che sento il mutamento nell’aria, il cambiamento che arriva, compagno del tempo che passa e che mi rincorre. Sarà che si stanno aggiungendo mille cose, mille pensieri. Tanti momenti che mi occupano la testa. Senza che io me ne accorga, il tempo passa, inesorabile. Non aspetta niente e nessuno. Sei tu che devi adattarti a lui.

Sto ferma, e tutto attorno a me scorre, passa, mi sorpassa, ed invecchia. Le tendine del finestrino del treno si muovono col vento. Ad ogni folata cambiano forma: ora si gonfiano, ora si stendono. Le osservo in questa danza. L’iPod mi spara la colonna sonora di “Ritorno al futuro” e immediatamente il treno imbocca la galleria. Il rumore del vento che passa dentro e fuori dal treno attraverso i finestrini è assordante, ma la musica riesce a coprirlo quasi del tutto. Improvvisamente mi sembra di essere dentro ad una macchina del tempo: la musica mi lancia in un’atmosfera magica. Sono dentro ad una macchina che mi teletrasporterà in posti nuovi (o forse sono gli stessi di sempre, che guarderò con occhi diversi?) e mano a mano che il vagone procede si carica di energia per portarmi chissà dove. La musica  è quella perfetta per questa situazione: con solennità mi accompagna in questo viaggio spazio-tempo. E’ come essere all’interno di una navicella spaziale che sta per partire: sei lì seduto/sdraiato guardando il finestrino davanti a te, circondato da milioni di bottoni e comandi con luci colorate, ed aspetti solo che il composto a base di idrogeno venga sparato via dai motori e di venire quindi catapultato nelle atmosfere, lassù, in alto, dove la gravità non esiste e le stelle diventano più grandi. Nessuno oltre a me si accorge della solennità e della magia di questo momento: il vento che entra dai finestrini, la musica, il rumore. E’ un attimo lungo e che solo io riesco a percepire. E allora me lo godo. Mi chiedo cosa troverò poi.

Mi piace catturare attimi, dirmi “Questo momento voglio ricordarlo per sempre”, guardarlo, osservarlo, annusarne gli odori, i profumi, toccarlo e sentirlo. Poi chiudere gli occhi e imprimere nel cuore quel ricordo. Come quando in mare mi metto a fare il morto a galla e sento l’acqua fresca circondarmi accompagnata dai suoi strani suoni, e aprire gli occhi e fare l’occhiolino al sole che mi scalda il viso e vedere la gente noncurante attorno a me che nuota e gioca in acqua.

Come quel bambino abbracciato al padre che non vedeva da tempo, al binario uno della stazione di Verona, che sorride, lo abbraccia, si copre gli occhi per poi di nuovo   aprirli e continua a ridere al genitore, mentre il papà gli accarezza i capelli e lo stringe a sé.

“Faccio collezione di attimi”, diceva Heinrich Boell: un album di immagini e sensazioni che posso sfogliare. Il tempo è fermo nella mia mente e me ne prendo cura nel mio cuore, per farli intervenire quando la tristezza mi offusca la mente.