Parole del giorno: La Coscienza e l’Altra.

Sto imparando a fare a meno di quella vocina che non fa altro che seminare dubbi nella mia mente e rendermi malinconica. Non si tratta della voce della Coscienza: Lei è gradevole, amica. E’ vero, alle volte può essere un po’ autoritaria, ma è sempre a fin di bene. Invece, l‘Altra è così negativa, ha paura delle cose nuove e non si fida delle persone. Crede di proteggermi dai pericoli della vita facendo sì che io non mi esponga troppo. E’ come stare sul ciglio di un burrone. Sono vicina, ma non abbastanza per vedere cosa ci sia là sotto. L’Altra quindi mi prende e mi trascina indietro dicendomi “Non andare, è pericoloso laggiù!”. Ma io non riesco a vedere che cosa ci sia. Invece, la Coscienza mi dice “Vai, affacciati con prudenza, stai attenta, e rifletti su ciò che fai. Gioca, danza, divertiti. Sfrutta l’occasione che hai per imparare. Buon divertimento!”. Lei ti sprona ad affrontare con intelligenza le difficoltà, mentre l’Altra vuole bendare i tuoi occhi, proteggerti accecandoti con parole pregne di dubbio e paura.

Ascoltate la voce della Coscienza, non l’Altra. Cercate di capire qual è delle due a parlarvi. Una sola di loro sarà quella che vi aiuterà ad imparare a crescere.

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Parola del giorno: Fermo-immagine.

Dopo l’aver trascorso delle settimane in cui non avevo un attimo nemmeno per respirare, sono riuscita a ritagliarmi un piccolo momento tutto per me. E così, tra un impegno e l’altro, sono sgattaiolata via dalla mia agenda ed ho iniziato a camminare per le vie di questa magnifica città.

I palazzi erano rossastri e la luce del sole, teneramente autunnale, rendeva magica l’atmosfera. L’aria era fresca, i colori splendenti e le strade gremite di gente che andava di qua e di là. Il mio passo era svelto, la musica mi teneva compagnia e i capelli ballavano col venticello. Il mercato riempiva la piazza, il profumo dei fiori mi abbracciava. Le antiche mura mi sorridevano e io facevo loro l’occhiolino.

Pochi minuti dopo raggiunsi uno di quelli che io chiamo “i miei luoghi”, ovvero, posti che ho trovato per caso passeggiando e che mi rendono estremamente serena per la loro bellezza ed atmosfera. E’ un bar, un piccolo bar, arredato con mobili antichi, e serve the, pasticcini, caffè, brioches, cioccolata calda. Insomma, l’ideale per una coccola pomeridiana.

Sono entrata, ho ordinato una brioche alla marmellata e un cappuccino e ho cominciato a leggere il libro che sta occupando il posto sul comodino. La cameriera mi porta la mia ordinazione, do un morso alla brioches, lo zucchero fa pof nel cappuccino, e con il cucchiaino disegno tra la sua schiuma. D’un tratto noto che all’interno del locale comincia ad esserci una via vai di gente: persone che entrano, ordinano, consumano, pagano e se ne vanno. Qualcuno resta, qualcuno che se ne va. Mi fermo a guardare la scena e ad un certo punto vedo che tutto ciò che ho intorno a me si ferma e io sono l’unica a respirare. Tutti sono bloccati in un fermo-immagine, e io guardo, osservo, quelle pedine immobili.

Parole del giorno: Un viaggio di un attimo.

Erano circa le 19:30. L’asfalto era ancora bagnato dalla pioggia che da poco aveva finito di cadere dal cielo. Era già buio, una delle prime serate d’autunno. Una di quelle sere autunnali dove ormai l’ombrello è un accessorio immancabile ed il maglioncino copre le braccia che, piano piano, stanno abbandonando l’abbronzatura per tornare al loro solito colore. Camminavo lentamente sul marciapiede cosparso da foglie cadute dagli alberi che ogni metro e mezzo andavano a decorarlo. Alberi giovani, alberi veri, ma, allo stesso tempo artificiali. Alberi che erano lì per una ragione ben precisa, non perché portati come semi dal vento. Anche il marciapiede era bagnato di pioggia e a tratti era scivoloso. Le foglie marroni che gli alberi avevano perso formavano una corona intorno alla base del tronco ed erano tutte così belle, lucide e morbide. Brillavano a tratti con la luce dei lampioni. Per strada non c’era nessuno, vidi qualche passante, ma credo che tutti fossero già nella propria casa in attesa della cena. Io continuavo a camminare per raggiungere la stazione dei treni: dovevo solo percorrere il lungo viale, e poi sarei arrivata.

Camminavo ed osservavo gli alberi decorativi sul marciapiede farmi compagnia. Quasi sorridevano al mio passaggio. Un’aria fredda mi passava fra il maglioncino e la maglietta ed i lampioni donavano alla scena che vedevo un’atmosfera parigina. Qualche auto passava sulla strada che stavo costeggiando, mentre io continuavo a camminare. Il rumore dei miei stivali era il suono che mi sembrava risuonare di più. Toc toc, toc toc, toc toc. Ad un certo punto il marciapiede si interrompeva per fare spazio ad una stradina laterale che andava a collegarsi col Corso che stavo percorrendo, per riprendere pochi metri dopo. Attraversai la stradina, e mi ritrovai a quell’angolo, dove un albero noce si ergeva dentro ad un giardino recintato da un’imponente cancellata in ferro nero, in cui le siepi accostate ad essa nascondevano un misterioso giardino. Accanto al muretto che sosteneva la cancellata c’era una fontanella dipinta da una vernice verde scuro che in alcuni punti si stava scrostando. Continuava a buttare fuori acqua. Tri tri tri tri tro tro tri tri tri. L’acqua saltava giù dal rubinetto per raggiungere la vaschetta. Molta usciva da essa, e una piccola pozzanghera circondava la fontanella. Proseguii il mio percorso, toc toc, toc toc, toc toc. Una ciocca di capelli mi andò sul viso, attirata dai miei occhi e dalle mie labbra. Con un gesto rapido e preciso la presi fra le dita e la portai dietro l’orecchio. Fu in quel momento che mi fermai di colpo. C’era qualcosa nell’aria che mi stava sfuggendo. Lentamente mi voltai verso sinistra, guardando dall’altra parte della strada. Esattamente di fronte a me, c’era un bellissimo albergo, di tre piani, stile vittoriano. Un basso cancello ne delimitava la proprietà, di lì si apriva un corridoio in piastrelle bianche, dove poi c’erano cinque o sei scalini che andavano a finire nella porta di ingresso, i quali erano circondati da entrambi lati da splendide aiuole curate meravigliosamente. Sulla destra c’era un grande cartello luminoso che indicava il nome dell’albergo, scritto in un carattere antico “Hotel Ristorante Belvedere“. Nel giardino due lampioni in stile liberty emanavano una luce fioca, antica, donando una sfumatura dorata all’edificio color crema. Guardavo incantata quel luogo, che mi aveva trasportata in un attimo in un altro luogo, in un’altra epoca. Mi sembrava di essere in un silenzioso quartiere di Parigi alla fine del 1800. In quel momento non passava nessuno, non c’era alcun rumore. Tutto era fermo, silenzioso, immobile. Il battito del mio cuore era l’unica cosa che il mio orecchio percepiva, e niente, oltre a me, sembrava aver vita. Dopo qualche minuto cominciai a sentire una canzone, una canzone bellissima http://youtu.be/Q3Kvu6Kgp88, ma non capivo se provenisse dalla mia testa o da una delle finestre aperte dell’albergo. Ero bloccata, non riuscivo a staccarmi da quell’immagine che avevo davanti a me. L’asfalto bagnato, l’albergo, i lampioni, la musica…tutte queste cose mi avevano trasportata in un secondo da tutt’altra parte, facendomi vivere un attimo in un’epoca che mai avrei potuto vivere. Respiravo quell’aria parigina e mi accorgevo di quanto era meraviglioso tutto ciò che avevo davanti.

Bip bip, bip bip! 

Tutte le cose belle, ahimè, finiscono, e questo mio veloce viaggio finì con l’arrivo di un sms sul mio cellulare, il quale mi catapultò improvvisamente nella realtà.  Ed in un secondo ero tornata nella mia solita, quotidiana epoca. Le macchine sfrecciavano in fretta per la strada, la gente si era di colpo materializzata e camminava lungo il marciapiede, andando di corsa verso qualche importante appuntamento serale. Ma nonostante il ritorno alla fretta, lui era ancora lì: l’albergo era di fronte a me, uguale a com’era nel mio breve viaggio parigino. Lo osservai un’ultima volta, gli sorrisi, e mi incamminai verso la stazione dei treni.