Parola del giorno: Attese.

L’altro giorno ero alla fermata dell’autobus in attesa che passasse quel benedetto numero 15 per portarmi in facoltà. Nel frattempo osservavo il cielo, timidamente chiaro dalla luce della mattina, ma coperto di nuvole: sembrava un quadro. Si distinguevano le pennellate, lì più chiare, bianche ed azzurrine, più in là un po’ più scure, grigie e blu. Era un cielo che non avevo mai visto prima. Chissà, magari mi trovavo realmente all’interno di una tela, e da qualche parte c’era un pittore che stava dipingendo quel cielo, la piazza col mercato e, forse, anche me.

Questa era la cornice dei miei pensieri. Mentre aspettavo mi guardavo attorno. Un giovane ragazzo faceva jogging lungo la piazza, le auto sfrecciavano inglobate dal caos mattutino, un cane correva nel prato ed il padrone, affaticato, camminava lentamente a metri di distanza da lui. L’orologio sembrava non muoversi, e l’autobus pareva non avesse voglia di sbucare dal fondo della strada. Così, seduta sulla gelida panchina della fermata, mi sono concentrata sui miei pensieri. E sapete cos’ho pensato? Ho pensato a quanto tempo della nostra vita è destinato alle attese. Secondo me almeno metà della vita di ognuno è costituita da attese, attese di ogni tipo. Momenti in cui non puoi fare altro che aspettare, e magari domandarti cosa accadrà dopo.

Metà di una vita. Se ci pensate è davvero tantissimo, un’infinità. Un’eternità di tempo.  Sono momenti in cui non sai cosa fare. C’è chi si accende una sigaretta, chi ascolta musica, chi chiude gli occhi e riflette sui ricordi, chi pensa a cosa accadrà di lì a poco, chi pensa alla stupenda serata della sera prima, e chi, come me, legge e si guarda intorno.

Aspettare. Aspettare qualcosa che può essere indefinito. E’ come stare fermi sott’acqua, con solo la possibilità di aprire gli occhi. Si vede tutto, un po’ sfuocato e tremolante, ma non puoi fare nulla. L’unica cosa che ti è permesso è stare fermo ed attendere. Oppure come quando hai davanti una persona, la guardi negli occhi e capisci che ha qualcosa di importante da dirti, ma per qualche motivo temporeggia, non riesce a muovere le labbra sincronizzandole coi suoi pensieri. O come quando sei in sala d’attesa, di una stazione ferroviaria, un ospedale, un ufficio per un colloquio. Nella tua testa sfrecciano milioni di pensieri, come in una grossa autostrada a quattro corsie. Ogni pensiero si sfiora l’uno con l’altro, senza mai toccarsi. Tutto va veloce e in quei momenti l’attesa fa spazio all’agitazione, che manda ancora più in tilt quei pensieri…

E così, seduta su quella gelida panchina, ho capito una cosa. Ho capito che l’attesa riempie i momenti vuoti della vita attraverso le emozioni che ci procura. Sta a noi gestirle. Io cerco di pensare a cose belle, a cose felici, a ricordi emozionanti. Forse anche adesso sono in attesa di emozionarmi, di andare oltre, di superare tutto questo, vedere cosa viene dopo. Ma intanto sono ferma sott’acqua, e allora con cautela guardo e osservo, sapendo che quando ne uscirò avrò una sorpresa piacevole ad accogliermi.

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