Mettimi come sigillo al tuo cuore

Qualche settimana fa sono stata ad un matrimonio di due cari amici. La cerimonia si è svolta in Chiesa e il prete è stato bravo, smorzando la tensione degli sposi e e degli ospiti con battute appropriate.

In particolare mi ha colpito molto una lettura tratta dal Cantico dei Cantici (2,8-10.14.16a;8,6-7a), perché penso che rappresenti bene l’amore. Immaginavo nella mia mente l’intera scena: due amati che per lungo tempo non sono potuti stare vicini ma hanno vissuto a distanza pensando al loro amore e a quando si saranno potuti abbracciare ancora. E poi finalmente arriva il momento di rivedersi, di stare di nuovo insieme, dopo un conto alla rovescia che sembrava non finire mai ed invece il giorno atteso è già presente. Sorrisi, abbracci e baci e i cuori che di nuovo si sentono completi.

“Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline.

L’amato mio somiglia a una gazzella o ad un cerbiatto. Eccolo, egli sta dietro il nostro muro; guarda dalla finestra, spia dalle inferriate. Ora l’amato mio prende a dirmi: ‘Alzati, amica mia, mia bella, e vieni presto! O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è incantevole’. Il mio amato è mio e io sono sua. Egli mi dice: ‘Mettimi come sigillo al tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina! Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerci'”.

Annunci

La scrittrice ed il finale perfetto.

Dopo cinque anni di assenza, la scrittrice decise di tornare dai suoi personaggi. Accese il computer, trovò la cartella contente quella storia e cliccò. In pochi secondi era tornata in un mondo diverso, creato da lei, esattamente come lo aveva immaginato, esattamente come voleva che fosse. Cominciò a rileggere le cento pagine incompiute, ed ecco piano piano risbucare tutti i suoi personaggi. C’era la protagonista Alba, ancora confusa sul da farsi, il fidanzato Enrico che sembrava non avesse preso una decisione lavorativa importante, poi Lina, la gatta persiana che se ne stava sotto la coperta di lana a dormire e che ogni tanto spiava i suoi padroncini. E c’erano anche Martino e Luca, gli amici di Enrico, e Tina e Viola, le amiche di Alba. Il capo di Alba, Maurizio, le faceva ancora la corte, ma questo Enrico ancora non lo sapeva.

E così leggendo pagina dopo pagina, la scrittrice ricordò quello che provava mentre aveva scritto anni prima quelle pagine. Ricordava le emozioni da cui ogni personaggio era nato, da chi si era ispirata, e come nella sua mente i suoi personaggi erano fatti. In tutti questi anni aveva pensato molto a loro e spesso era stata forte la tentazione di dare una continuazione e poi una fine alla loro storia, ma c’era sempre qualcosa che la fermava. Paura forse di non essere all’altezza di dare loro un finale che meritassero davvero. Ma quel giorno la scrittrice era decisa: da quel giorno in poi avrebbe concentrato tutte le sue forze per dare ai personaggi il finale.

Tornò alla prima parola della storia e rilesse tutto di nuovo. Man mano cambiava qualche parola, aggiungeva delle descrizioni migliori e toglieva delle virgole di troppo. Quando arrivava dai suoi personaggi fissava per un po’ il loro nome e nella mente aveva una breve conversazione con loro: li salutava, chiedeva loro come stessero, si scusava per non essersi fatta viva per tanto tempo e chiedeva loro se avessero delle preferenze sul loro carattere, la storia ed il finale. In assoluto era Alba la sua preferita, a cui dedicò un po’ più di tempo rispetto agli altri.

E così, dopo tanti anni, la scrittrice ricominciò a scrivere, senza timore e senza paure, facendosi solo trascinare dai suoi pensieri e dai suo amati personaggi.

Chissà alla fine quale sarà stato il finale della storia… 

“Il tempo fra di noi”

“Tempo. Avevamo cominciato a parlare del tempo. Dopo mesi senza vederci, l’unico argomento di cui riuscivamo a parlare era questo. E si sa: quando si inizia a parlare del tempo, vuol dire che non c’è più nulla da dirsi.
Ci eravamo conosciuti sette anni prima, appena dopo finita l’università ed eravamo entrambi entrati nel mondo del lavoro da pochi mesi. Eravamo pieni di speranze, di sogni e di amore da dare. 
Era bastato poco per farci innamorare l’uno dell’altra: avevamo molte cose in comune e ci piaceva ridere, viaggiare e conoscere il mondo. Eravamo riusciti a fare delle esperienze lavorative all’estero e così avevamo continuato a crescere insieme. I nostri sogni cominciavano a diventare concreti, piano piano iniziavano ad avere una forma. Eravamo felici. Nonostante le avversità, le difficoltà economiche, quelle culturali, linguistiche, tutto per noi continuava ad essere meraviglioso. Perché ci bastavamo, perché tornare a casa e rivederci dopo una lunga ed intensa giornata di lavoro era tutto ciò che desideravamo. Eravamo noi tutto ciò che desideravamo, noi ed il nostro amore che ci rendeva unici, forti e riempiva l’appartamento di magia.
Un giorno lui ricevette un’altra proposta di lavoro, ancora all’estero. Stavolta toccava a Londra. Ero felice per lui, era una cosa meravigliosa. Ma ciò voleva dire spostarsi di nuovo, e sarebbe stata la terza volta, con tutte le conseguenze del caso. Prima era stata Berlino, poi Parigi e adesso Londra. Sorridevo, lo abbracciavo e ridevamo insieme. Dentro di me però, ero spaventata. Fuori un sorriso ma in verità era paura. Adesso avevo finalmente un lavoro stabile. Come avremmo fatto questa volta?”
Per saperne di più clicca su http://bit.ly/20linesIlTempoFraDiNoi.
watches-51564_640

Parole del giorno: In una sala da ballo, molti anni prima.

C’è un preciso momento della sera in cui mi piace uscire di casa, soprattutto in questo periodo, per godere del fresco che mi arriva sul viso e coccolarmi con la sciarpa di lana. Ebbene, è in quel momento che mi ritrovo a fischiettare mentre da sola passeggio per le vie della città in cui pochi mi conoscono e nessuno mi incontra mai. Alle volte mi rendo conto alcuni minuti dopo che sto fischiettando: evidentemente è diventato parte di me.

Cammino, guardo in su, sorrido, faccio pensieri felici e intanto volo con la fantasia, il tutto riempiendo le guance di aria, per poi farla uscire sotto forma di musica. E mentre accade tutto questo, noto che ogni tanto, qualcuno, (di solito delle persone anziane seduti nei tavoli fuori dal bar), mi segue con lo sguardo, e mi pare di vedere sul suo volto disegnarsi un tenero solco, un sorriso. Così, per un po’, faccio finta di essere fra i suoi pensieri, ed immagino ciò che pensa. Mi piacerebbe se fossi capace, con la mia musica fischiettata, di riportarlo in là nel passato, ad un momento felice che pensava di avere dimenticato e che, invece, col semplice movimento delle mie guance, eccolo di nuovo lì, vivido e reale. Tempi che sembravano perduti ritornano, e sono di nuovo il presente, emozionano più di prima e rendono i sentimenti ancora più sinceri. Mi immagino quell’uomo anziano che è seduto al bar, con la giacca in pelle, la camicia grigia sgualcita ed i pantaloni un po’ rovinati, quello che ha appena poggiato il giornale sulla sedia accanto a lui per vedere da dove provenisse quella musica fischiettata. Gira il viso verso di me, mi segue con gli occhi, ed io continuo a fare musica. Lui sorride, chiude gli occhi. Lo vedo moltissimi anni prima, in una sala da ballo, elegante, col parquet lucido, specchi e quadri alle pareti, coppie che ai tavoli fumano sigarette e chiacchierano, ridono, bevono vino. E’ la fine della serata, forse è l’ultima canzone che la piccola orchestra ha concesso ai clienti della sala da ballo. E lo vedo lì, sulla pista da ballo, abbracciato ad una bella donna, poco più giovane di lui. La avvolge fra le sue braccia, proteggendola da qualsiasi cosa sia più grande di lei. Ballano, entrambi sorridono tenendo chiusi gli occhi. Si godono quei dolci minuti, quella tenera musica. Sembrano un’unica cosa, sembra che siano completi solo rimanendo così, abbracciati. E allora li guardo anche io, cado in questa dolce immagine che mi abbraccia. Continuo a fischiettare…così magari riesco a rendere qualcun’altro felice, facendo ricordare momenti che sembravano perduti.

Fischiettando…La Vie En Rose.

Parola del giorno: Tornare.

Mattina, uno dei primi giorni di gennaio.

Era così presto che il cielo era ancora indeciso se sarebbe spuntato il sole oppure se si sarebbe coperto con le nuvole e bagnato le strade con la pioggia. Era tutto così chiaro, ma il sole non si era ancora fatto vedere.

Era una di quelle mattine in cui tutti dormono e le serrande dei negozi sono ancora abbassate, e niente sembrava voler cambiare quella situazione di staticità.

C’erano poche persone che come me vagavano in giro per le strade vuote ed il colore del porfido rosa dei marciapiedi era tanto chiaro che sembrava nuovo, appena messo, come se nessuno ci avesse mai camminato sopra.

Non c’era nemmeno traffico: pochissime le auto che si vedevano per strada. Era tutto così addormentato, vuoto, a riposo. Mi sentivo in pace, rilassata, come se fossi sola al mondo, come se avessi la città ai piedi, esclusivamente a mia disposizione.

Le finestre delle case del centro erano chiuse. Le luminarie del Natale appena passato esitavano ad accendersi e da qualche bar che aveva aperto da pochi minuti, cominciava a provenire un delizioso aroma di caffè tostato.

Continuavo a camminare, volevo bere qualcosa di caldo e mangiare una brioche. Ero in giro già da un po’, ma non avevo ancora fatto colazione. Mi muovevo tenendo la testa bassa e guardavo per terra per evitare gli schiaffi del vento gelido. Il freddo era penetrante: camminavo velocemente per cercare di scaldarmi un po’, ma lui non me lo permetteva. Sentivo le mani intorpidite, e quando le guardai mi accorsi che la pelle era arrossata. Me le infilai in tasca. Continuavo a camminare. Ero concentrata solo a raggiungere quel bar, sapevo che sarebbe stato aperto quando mi sarei trovata lì davanti. D’un tratto mi fermai. Qualcosa mi diceva che dovevo fermare la mia veloce corsa alla colazione. Alzai lo sguardo da terra, ed i miei occhi cominciarono a mettere a fuoco ciò che avevo davanti. Voltai il viso lentamente verso destra e verso sinistra. Avevo capito dove mi trovavo, riconoscevo quel luogo.

Eccolo lì. Sulla sinistra c’era quel posto, “IL” posto. Ero passata lì milioni di volte quando ero piccola, e altrettante avevo fatto di quel luogo una sorta di nascondiglio tutto mio, passandoci intere giornate, seduta su quella vecchia poltrona a leggere. La serranda era chiusa e si vedeva che ormai era così da un po’ di tempo.

Non era una libreria normale, o meglio, non era di quelle moderne, piena zeppa di libri con la copertina in carta plastificata e il reparto bambini con libri per ebeti. Quello lì, la “Libreria Carfani”, era un posto magico.

In pieno stile liberty, entrando dalla porta a vetri opachi gialli, venivo ogni volta avvolta e circondata da un odore di chiuso e di antico: i libri che si trovavano lì avevano fatto compagnia a lettori di ogni epoca. Le copertine era quasi tutte in cuoio, e i titoli in oro oramai si leggevano a malapena. Le pareti del negozio erano nascoste dai mobili che ospitavano libri di ogni tipo, a mio avviso, ricordo, senza un ordine preciso. Ogni volta che entravo il Professore, (così chiamavano tutti il proprietario del negozio), mi salutava con un buffo sulla guancia, mi guardava sorridendo da sopra gli occhiali che gli calavano lentamente dal naso, e mi consegnava lui stesso il libro che aveva pensato fosse adatto a me.

Il negozio era arredato come un enorme soggiorno, e credo di aver sentito dire dal Professore che quello era stata la sala da the di una signora ricca di qualche epoca passata. Sotto ogni finestra del negozio c’era un mobile che ospitava dei cuscini ricamati a mano e c’erano divani di velluto verde e poltrone rosse dai piedi dorati. I tappeti avevano dei disegni che per me erano strani e riuscivano a coprire quasi tutto il parquet della sala.

Prendevo in mano il libro datomi dal Professore, accarezzavo la copertina in cuoio, ed aprivo alla prima pagina per leggerne il titolo. Poi lo sfogliavo delicatamente, ed infilavo il mio viso fra le pagine ingiallite per sentirne il profumo da cui venivo trasportata in epoche passate. Così, raggiungevo il mobile dei cuscini, prendevo quello color arancione scuro, mi mettevo sulla poltrona rossa vicino alla finestra ( la mia personale postazione di lettura all’interno della libreria), e cominciavo ad immergermi in quella storia.

Brontolio. Il mio stomaco mi ricordava la realtà. Avevo fame. I miei occhi continuavano ad indagare la vecchia libreria, ormai chiusa e abbandonata da anni, (almeno questo era quanto potevo notare dalla quantità di polvere che ricopriva le finestre e la quantità di foglie sdraiate sui tre scalini che precedevano la porta d’ingresso a vetri gialli).

Un sorriso mi segnava il viso. Com’era stato bello ricordare la mia infanzia trascorsa in quel luogo! Era bastato fermarmi lì davanti la porta della libreria Carfani per tuffarmi nella “me” bambina, ricordare tutte quelle cose, quei profumi, quelle letture e quell’atmosfera di antico e di tranquillità, che solo quel luogo mi aveva regalato. Tornare nella mia città, camminare e ritrovare un ricordo lì, a mia disposizione, che da troppo tempo avevo messo da parte nella mia memoria per fare spazio a cose da adulta. Era bastato passare di lì per donarmi la serenità che avevo ogni giorno quando entravo nella libreria, e che adesso, in questa gelida mattina di gennaio, mi stava abbracciando di nuovo, dopo tanto tempo.

Quella mattina mi ha aiutato a capire tante cose: guardare, osservare, scrutare, portare lo sguardo verso l’alto è la ricetta per tuffarsi nuovamente nei ricordi, per essere felice, per guardare le cose belle che dimentichiamo troppo spesso perché siamo presi da cose da grandi.

Tornare, guardarsi attorno e ricordare. Che cosa meravigliosa!